Scrivere un romanzo è come costruire una casa?

Se uno mi facesse la domanda del titolo gli risponderei: in che senso, scusa? Perché detta così sembra un po’ una sparata a caso, un tentativo di frase a effetto.

Però, a pensarci bene un senso ce l’ha. Perché se le parole sono mattoni, la storia è la struttura, e l’uso che facciamo delle parole dà luogo agli intonaci, le tinte, gli arredi. Quando scrivi, di solito, pensi a una storia, a quella che viene chiamata trama? Non so. A me, a ben guardare, si forma nella mente un personaggio, che piano piano si arricchisce di caratteristiche. A quel punto, basta lasciarlo vivere sulla pagina, e il gioco è fatto.

E quindi, mi devo correggere: la struttura non è la storia, ma i protagonisti. Il resto ricopre la struttura, trasformandola in una casa. E poco importa se il risultato finale sia una villa, o una umile catapecchia: l’importante è scrivere.

Russell, l’insegnamento, dieci regole e la scrittura

 

Dieci regole, dieci frasi sintetiche ma cariche di significati e di implicazioni. Pubblicato per la prima volta nel 1951 nel New York Times Magazine, il “decalogo” di Bertrand Russell (che, come disse ironicamente lo stesso autore, non intendeva sostituire quello biblico ma solo ampliarlo) riassume in sè l’essenza dello spirito liberale e libero, e fu messo insieme pensando soprattutto alla sua applicazione all’insegnamento e all’educazione dei giovani.
In realtà, basta leggerle per accorgersi che possono applicarsi a qualunque attività umana, dalla più semplice alla più sofisticata, compresa naturalmente la scrittura. O almeno, questo è ciò che ho pensato io. E ho provato a interpretarle dal punto di vista di chi scrive.

Ecco allora le dieci celeberrime “regole”.

1. Non essere mai sicuro di niente. La buona scrittura è sperimentazione, è seguire sentieri non ancora battuti (o almeno cercarli), sia nello stile narrativo sia nei contenuti senza scimmiottare gli altri. Abbandonare il conosciuto per cercare nuove forme comunicative e nuovi sogni è una delle caratteristiche di base dell’arte, ma anche del buon artigianato. Quindi non basarti solo su ciò che sai e che hai sperimentato, ma cerca il nuovo, rimetti in gioco le tue certezze.

2. Non pensare che si possa nascondere l’evidenza, perché l’evidenza prima o poi è destinata a venire alla luce. Le cose, anche nella scrittura, seguono un loro corso, e non possiamo che assecondarlo, non possiamo negare l’evidenza (compresa, magari, l’eventualità che non abbiamo sufficiente talento per arrivare dove vorremmo).

3. Cerca di riflettere su ciò che stai facendo anche quando sei sicuro di avere successo. L’umiltà, il mettersi continuamente in discussione è un elemento insostituibile nella strada verso il miglioramento.

4. Quando incontri qualcuno che ti si oppone, sia pure il coniuge o tuo figlio, cerca di spuntarla con il ragionamento invece che con l’autorità: una vittoria che derivi dall’autorità è non vera e illusoria. La propria forza e il proprio valore si misurano con la parola scritta, non millantando né cullandosi su eventuali allori.

5. Non avere rispetto dell’autorità altrui: si possono sempre trovare autorità opposte. Ovvero: se credi nelle tue idee, nella tua scrittura, combatti per essi e portale avanti con coraggio e tenacia, senza timori reverenziali.

6. Non usare il potere per sopprimere opinioni che ritieni pericolose, perché saranno loro a sopprimerti.
La verità anche nella scrittura paga sempre, ed è più forte di qualunque sollecitazione indebita.

7. Non temere di avere opinioni stravaganti o eccentriche: ciò che ora è comunemente accettato, prima che lo fosse  era considerato stravagante. Cerca di osare, senza timore. Ciò che oggi appare strano, troppo nuovo, domani potrebbe essere accettato e diventare la norma. In altre parole, rifiuta di ripercorrere le strade degli altri, se ne hai la possibililtà e hai abbastanza talento (altrimenti rischi di apparire ridicolo e weird).

8. Trova più piacere in qualcuno che dissente con intelligenza piuttosto che in chi è d’accordo in modo passivo: se dai valore all’intelligenza, dal primo può derivare un accordo ben più profondo che dal secondo. Pensiamo alla diversa utilità di un’adulazione rispetto a una critica seria e ragionata, fatta con acutezza e con spirito positivo. La crescita come scrittore arriva proprio quando si riesce a accettare e elaborare critiche e osservazioni pungenti.

9. Sii scrupolosamente sincero, anche se la sincerità spesso ti sembrerebbe meglio tenerla nascosta. Il lettore merita schiettezza e sincerità, e sente quando lo scrittore lo sta ingannando con trucchi o banalità che suonano subito falsi. Quindi rivela te stesso, senza artifici o millanterie, perché tanto ti porterebero poco lontano.

10. Non invidiare la felicità di coloro che vivono in un paradiso dei pazzi, perché solo un pazzo penserebbe che quella sia felicità. Pensa alla tua scrittura, non a quella degli altri, soprattutto di queli che ne vanno fieri: chi scrive seriamente, difficilmente sarà soddisfatto di ciò che ha scritto. Sarebbe un pazzo. 

Diventare scrittori? Ecco i 5 ingredienti base

Scrivere è difficile, scrivere bene lo è ancora di più. E diventare scrittori, cioè essere pubblicati da case editrici serie e acquisire un minimo di notorietà, è impresa quasi disperata (per non parlare del vivere di scrittura).
Ma si può “diventare scrittori”, o bisogna nascerci?
Sicuramente il talento è necessario, però bisogna anche riuscire a farlo venire alla luce, e allenarlo e alimentarlo in mdo che possa crescere e definirsi. E per questo, a mio avviso, ci sono delle cose che bisogna fare, anche se purtroppo non danno alcuna garanzia di successo. Ecco di seguito quelle che per me sono basilari.

1. Leggere
Sì, proprio così: per imparare a scrivere bene bisogna leggere. Non credo nello scrittore autoreferenziale  chiuso sul proprio ombelico che, preso dal sacro fuoco, butta giù fiumi di parole e legge solo i propri scritti. Perché leggere è importantissimo, serve a crearsi un proprio stile, ad aprirsi la mente, ad apprendere le tecniche narrative. Potete immaginare un compositore di musica che non ascolta musica? E in quanto al genere di letteratura, leggere un po’ di tutto, cercando di capire che cosa ci piace di un romanzo e che cosa invece non ci piace, non solo come argomento ma soprattutto nello stile narrativo. Sontandolo nei componenti essenziali per capirne i meccanismi.
2. Scrivere
Però non si può solo leggere per migliorarsi: ad un certo punto bisogn pur buttarsi, no? ovvero scrivere. Non aver paura del risultato e della qualità di ciò che si scrive, riempire le pagine inseguendo i propri pensieri. Essere regolari e testardi, non arrendersi davanti allo schermo bianco che proprio non si vuole riempire, al blocco creativo del cervello. Scrivere purché sia. E’ come allenarsi alla maratona iniziando da piccole corsette, magari da passeggiate senza meta. Serve sempre.
3. Osare
Bisogna avere il coraggio di abbandonare le strade battute, la comoda via del cliché, l’ovvio e il banale. Molto più proficuo, invece, sperimentare: nella struttura narrativa, nello stile, nei personaggi. Ribaltare i punti di vista della narrazione. Provare parole nuove, cambiare ritmo, seguire l’estro. Improvvisare.
4. Essere inflessibili con sè stessi
Se si vuole migliorare, bisogna essere molto critici nei confronti del proprio lavoro. Ogni passaggio, ogni parola devono essere messi in discussione, soprattutto quelli che più ci piacciono (magari però senza arrivare agli estremi di Hemingway che diceva che se un periodo ti piace devi cancellarlo senza pietà). Non accontentarsi mai. Non pensare mai di saper scrivere, di essere bravi, di essere arrivati. Invece, flagellarsi, se occorre, cercando sempre di meglio, sempre di più.
5. Essere caparbi e metodici
La scrittura va alimentata con regolarità. Se possibile, ritagliarsi un momento della giornata, o della settimana, o di quel che volete voi da dedicare alla scrittura, agli appunti, al “cazzeggio” letterario, magari. Ma ritagliarlo. Prendere l’impegno e portarlo avanti. Piuttosto che impiegare molto tempo leggendo manuali di scrittura, destinate una parte di quel tempo a scrivere, e via.
Ci sono libri sulla scrittura creativa e sul mestiere di scrittore che hanno il pregio principale di far venire la voglia di scrivere. Ne segnalo uno su tutti: Il mestiere dello scrittore di John Gardner (che fu maestro di Carver, vabbè, lo sanno tutti).

Quando l’e-book minaccia le librerie

Ho un amico libraio. Non libraio nel senso che lavora da commesso in una libreria di una grande catena: lui è un libraio di quelli di un tempo, uno che innanzitutto ama la letteratura e i libri. Uno che ti dà un consiglio da lettore, che conosce davvero i libri, che sa, per esempio, che vendere un libro non è come vendere un chilo di pane o un paio di scarpe. In altre parole, fornisce un servizio di mediazione culturale tra chi pubblica libri e chi li legge. Vi pare poco?
Bene, il mio amico come tanti Librai (uso la maiuscola non a caso) rischia di chiudere. Perché ora, dopo l’inarrestabile calo di lettori degli ultimi anni, dopo la diffusione dei siti di vendita di libri online (Amazon in testa), dopo il proliferare di rivendite delle grandi catene, è in arrivo l’ultimo attacco, che questa volta potrebbe essere quello definitivo: la diffusione degli e-book.
Sì, perché gli e-book sono una iattura, per chi vende libri. Sono una iattura perchè per lui non sono considerabili, che so, come diverse edizioni dello stesso libro, come l’edizione economica rispetto alla prima edizione. No: sono qualcosa di simile al libro, ma di completamente alternativo, e che lui non può vendere. E’ un po’ come se la gente dovesse scegliere tra comprare un libro o comprare un mp3. Il libraio è sistematicamente tagliato fuori. Perché l’e-book te lo puoi scaricare direttamente dal sito dell’autore, o da quello di una grande catena (ancora una volta Amazon in testa).
D’altronde, proviamo a fare quattro conti anche se un po’ approssimativi (e mi si perdoni qualche imprecisione numerica).

Se una prima edizione costa al lettore, per tenermi basso, 16 euro iva inclusa, circa il 30% va al libraio, ovvero circa 5 euro. Dei restanti, ipotizziamo un euro di costo di stampa e almeno tre euro di distribuzione. All’editore rimangono 7 euro, dai quali deve togliere la percentuale per l’autore.

Con l’e-book, invece, niente costi di distribuzione, niente percentuale al libraio, ed ecco che il prezzo di una nuova uscita può tranquillamente scendere a 9,90 euro, dai quali va ancora dedotta la percentuale per l’autore. Di fatto, l’editore guadagna più di prima, l’autore anche, il libro al lettore costa meno, ma il libraio non esiste più.
Il mio amico per resistere fa ancora di più il Libraio: oltre a dare consigli, oltre a diventare un punto di riferimento “culturale” per i suoi lettori, organizza eventi. Magari non eventi faraonici, ma pur sempre momenti di celebrazione pubblica e collettiva della letteratura. Chiama autori, organizza reading, manifestazioni, crea interesse e senso di appartenenza tra i clienti, fornisce servizi alternativi. Ha ideato una manifestazione alla quale hanno aderito 200 librerie italiane a varie librerie di altre nazioni. Resisterà, riuscirà a sopravvivere? Io naturalmente spero di sì, per mille motivi. E il primo, molto egoistico, è che non vorrei mai dover rinunciare al piacere che mi dà il parlare di libri con gente competente e appassionatamente informata come loro. Un servizio e un

piacere che una transazione online non potrà mai darmi.

Story telling: un illuminante post sul blog di Riccardo Esposito (e vale anche per le aziende)

Come si ottiene un testo, anche aziendale, che catturi il lettore, e in definitiva il potenziale cliente? Sul blog di Riccardo Esposito, www.mysocialweb.it, Marianna Guglielmino ha stilato un personale catalogo studiando i polizieschi dei maestri come Hitchcock. E il risultato è sorprendente.
Il post è reperibile qui: 10 punti per uno story telling di successo.
Buona lettura.

Le presentazioni di libri più belle (o almeno quelle che mi piacciono)

ImmagineGiorni fa ho assistito alla presentazione di un libro (non è importante ora quale sia il libro e chi l’abbia scritto). L’autore era seduto a fianco all’intervistatrice con espressione compresa nel ruolo, braccia conserte e gambe incrociate, mentre gli venivano rivolte soprattutto domande incentrate sul suo “processo creativo”. L’autore rispondeva con estrema serietà, come se riportasse al Congresso degli Stati Uniti sull’esecuzione di una missione delicata e difficile, che nessun altro avrebbe potuto compiere. E del libro? Si parlava poco o niente, era sempre in secondo piano rispetto all’ “artista”. Una seriosità, una supponenza, un distacco che ho trovato veramente inaccettabile (e quel libro non lo leggerò mai).

Non è la prima volta che mi capitano presentazioni del genere, purtroppo. Sembra di assistere alla celebrazione del più grande uomo sulla terra, tanto che se non fosse che l’autore è lì penseresti che sia una commemorazione funebre.

Per contrasto ho ripensato a presentazioni gioiose e allegre come quelle, per esempio, di Gianni Zanata, o di Flavio Soriga, o Alessandra Racca (ma potrei citare tantissimi altri). Presentazioni che sono un piccolo spettacolo, una festa, con musica, intervento di tante persone anche del pubblico, lettura di brani del libro. E ho provato a definire come deve e non deve essere secondo me una presentazione per dirsi riuscita.

1. Brevità. Se dura più di un’ora, difficilmente si riuscirà a non ripetersi o a non cadere nel banale. Un’ora mi sembra la taglia massima (naturalmente dipende anche da come la presentazione viene portata avanti: se chi sta sul palco è veramente brillante e capace di intrattenere, si può continuare anche per più tempo).

2. Lettura. Più che presentazione dev’essere un reading, e il libro dev’essere al centro dell’evento. L’autore in quel contesto deve scivolare in secondo piano. Le letture dovrebbero essere scelte in modo da appassionare e far venire voglia di leggere il seguito, non da mostrare “quanto sono stato bravo”. Amo particolarmente, poi, le letture a più voci, ovvero con persone diverse che interpretano i vari personaggi.

3. Musica. La musica deve accompagnare, e magari inframmezzare le letture e gli interventi. Serve a distendere, sdrammatizzare, divertire. Comunicare.

4. Sorrisi. Tanti, tanti sorrisi. Battute, gioia. Leggere è un piacere, e la nascita di un nuovo libro va festeggiata come quella di un bambino.

5. Ambientazione. Questo punto mi è stato suggerito dal commento di Solomon Xeno qui sotto. L’ambientazione è molto importante. Eviterei luoghi troppo impegnativi come biblioteche o simili, mentre credo che siano più adatti i piccoli caffé oppure spazi all’aperto come giardini pubblici ecc. Anche qui tutto dipende dall’opera che viene presentata e dallo “stile” del’autore.

In conclusione, sì a tutto quanto possa rendere la serata leggera e divertente, no invece alla seriosità e al trattare la letteratura come qualcosa di sacro e non, invece, come un’amica divertente e magari anche un po’ di bocca buona.

Affreschi verbali

Voglio tornare su un argomento che mi sta particolarmente a cuore come lettore, ovvero: l’utilizzo delle parole in modo da trasmettere sensazioni visive, ancor prima che emozioni.
In questo post avevo già parlato di come si possa dipingere con le parole, come dice il titolo, e mi ero fatto aiutare dal grande Sherwood Anderson e dal racconto Mani del suo straordinario libro Winesburg, Ohio.
Per rinforzare il mio pensiero voglio prendere in prestito la meravigliosa scrittura di Philip Roth (sì, è vero, sono dei mostri sacri, ma così mi viene più facile), e in particolare Indignazione.
Il romanzo racconta della vita di un ragazzo di Newark figlio di un macellaio kosher, e del suo modo di provare a raffrontarsi con le contraddizioni e le difficoltà del’inizio degli anni ’60 in America, con il conflitto in Corea e gli impulsi di un mondo che cercava di diventare moderno.

Roth è un maestro, come ogni grande scrittore, nel piegare le parole per creare immagini. In Indignazione, il protagonista verso l’inizio descrive la macelleria del padre. Ecco come fa; spegniamo le luci e silenzio in sala.

Il nostro negozio si affacciava su Lyons Avenue, a Newark, a un isolato dal Beth Israel Hospital, e in vetrina avevamo uno scomparto per mettere il ghiaccio, con un ampio ripiano leggermente inclinato in avanti. Un camion del ghiaccio veniva a venderci il ghiaccio tritato, e noi lo mettevamo lì dentro e poi ci mettevamo sopra la carne in modo che la gente la vedesse mentre passava.



Anche questo è cinema verbale. Proviamo a capire come fa.

“Il nostro negozio si affacciava su Lyons Avenue, a Newark…”


“Si affacciava” non è come “era” o “si trovava”: lo rapporta immediatamente con la strada, con ciò che c’è all’esterno.

“… a un isolato dal Beth Israel Hospital…”


quindi in un luogo di passaggio, verosimilmente (ma questo viene da pensarlo a noi, lui non lo dice e qui è il trucco)

“… e in vetrina avevamo uno scomparto per mettere il ghiaccio, con un ampio ripiano leggermente inclinato in avanti.”
Uno scomparto per mettere il ghiaccio con un ampio ripiano leggermente inclinato in avanti. Io vedo anche il colore: è verde pallido, di formica screziata di venature più chiare. E’ tutto lì, l’interno è secondario: per la gente e il mondo la macelleria è quella vetrina.
“… Un camion del ghiaccio veniva a venderci il ghiaccio tritato, e noi lo mettevamo lì dentro e poi ci mettevamo sopra la carne in modo che la gente la vedesse mentre passava.”
 C’è movimento, il succedersi dei giorni, il camion che arriva e riparte, la carne disposta in modo opportuno, la gente che passa, dà un’occhiata, si ferma. In poche parole c’è tutta una vita.
Questa per me è la magia dello scrivere bene: mettere tutta la vita in una frase, il susseguirsi dei giorni in poche parola. E la descrizione dei luoghi è viva, immediata, non frammentata nel succedersi di mille minuziosi e insignificanti e inutili particolari. La macelleria kosher e il suo rapporto con il mondo esterno, ma anche con la vita del protagonista, è tutta lì, in poche righe.

Perché secondo me l’editoria a pagamento nuoce innanzitutto a chi scrive (e perché il self publishing forse no)

ImmagineScrivere bene è difficile. Sono convinto che occorra talento, e ancor di più lavoro. Edison (sì, è vero, non era uno scrittore, ma è stato pur sempre un genio e sapeva di che cosa parlava) sosteneva che il genio è 1% ispirazione e 99% traspirazione, ovvero sudore, fatica, impegno. Credo che valga anche per la scrittura.

Voglio fare un esempio sia pure poco originale, ovvero paragonare lo scrittore a un atleta. Per avere risultati di rilievo (nel caso dello scrittore la pubblicazione e una certa notorietà) bisogna darsi da fare, allenarsi, porsi dei traguardi e faticare per raggiungerli. I grandi atleti sono tali non solo perché ci sono nati, ma anche perché hanno la capacità di coltivare il talento, di allenarlo con disciplina e rigore, di non arrendersi mai, neanche quando tutto sembra congiurare contro di loro. Scusate la lunga premessa, ma mi serve per introdurre una mia convinzione: la pubblicazione a pagamento fa del male innanzitutto a  chi scrive. Sì, perché di fatto gli impedisce di migliorare, lo droga, e alla lunga lo sfianca e lo porta ad abbandonare. Un po’ come un atleta che corresse solo e sempre gare amatoriali di categorie inferiori e comprasse la partecipazione, invece che conquistarla con il proprio record personale.

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Il corpo e il cuore, ovvero: ognuno ha la sua ossessione

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Ci sono atleti che si allenano un giorno dopo l’altro, maratoneti senza altro in testa che quei chilometri da percorrere, senza badare alla pioggia fredda che batte o al sole che spacca la strada. Sempre lo stesso, un giorno dopo l’altro, trascurando la famiglia, gli amici, a volte il lavoro. Una continua battaglia con sè stessi, sempre a combattere, brigare, faticare. Sempre.

Ci sono persone che scrivono. Lo fanno ogni giorno, la sera, dopo aver lavorato e aver messo a letto i bambini, lavato una caterva di piatti, preparato la tavola per la colazione del giorno dopo. Ossessivamente, grattano con la penna su quaderni, schiacciano tasti su tastiere, annotano, scrivono, scrivono, correggono e si incazzano con le parole maledette che non si piegano mai alla loro funzione. La loro ossessione non conosce domeniche o ferie, notti o pigre mattinate domenicali tra consolatorie coperte. Perché? Perché si scrive in questo modo, come se si dovesse correre la maratona di New York e si vorrebbe anche avere chance di piazzarsi decentemente?

Sono le dieci di sera, e io sto scrivendo un post. Molto modesto sotto l’aspetto letterario, ma sto pur sempre scrivendo. Perché? Perché si scrive, perchè scriviamo? E se esiste una risposta, è una risposta univoca oppure ognuno ha le proprie motivazioni, è mosso da forze differenti dagli altri?

Io scrivo perché amo leggere e amo i libri. Sinora non sono riuscito a trovare nessun’altra risposta. Amo il mondo della letteratura (non dell’editoria, ma il mondo che i libri ci fanno vivere), e scrivere è un modo per viverci dentro. E’ un modo per sognare. E’ uno strumento di seduzione nei confronti di sè stessi, un tentativo di conquistarsi.

Impresa impossibile, questa. Truman Capote disse: “Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l’autoflagellazione“. Naturalmente il dono è stato concesso a lui, a lui e a pochi altri, ma il non possederlo rende ancora più doloroso e angosciante il processo di scrittura, perché si è costretti sempre a scontrarsi contro un risultato che è infinitamente peggiore non solo di ciò che avremmo voluto (è ovvio), ma anche di come la scrittura ha vissuto nella nostra mente, scrittura che poi nel processo di essere trasformata in parola scritta si è dimostrata poca cosa. E’ come il maratoneta, che ha una mente sempre giovane, decennio dopo decennio, ma il corpo non lo segue più. Immagina la gara, se la rigira nella sua testa, finalmente si decide ad andare ad allenarsi. Sceglie le scarpe più fidate, quelle che non l’hanno mai tradito, che sono sempre state complici delle sue vittorie. Sono un po’ sformate, i colori non più brillanti, la suola con qualche crepa. Le ritrova come un amico carissimo che non vede da una vita. Si scalda, accelera, corre. E scopre che il suo corpo è poca cosa, rispetto a ciò che si aspettava il suo cuore. Sempre troppo pesante, rigido, affannato.

L’unico, definitivo manuale di scrittura

Chi segue questo blog sa che ogni tanto mi piace riportare i consigli di scrittura di autori famosi, i trucchi o le regole che aiutano a scrivere meglio, o a essere costanti e assidui tirando fuori il meglio da sè. In passato ho parlato dei consigli di scrittura di Roddy Doyle, di Elmore Leonard, di Jonathan Coe e di altri. Mi piace il fascino che emanano gli elenchi di regole, che spesso sono anche divertenti da leggere e spiritose (celebri le "regole" di Umberto Eco).

Ho riletto recentemente, a distanza di molti anni dalla prima volta, Il grande Gatsby. Che cosa c'entra con le regole di scrittura, vi chiederete. C'entra eccome; perché Il grande Gatsby non è solo un romanzo. Guardato con occhio un po' attento è l'esempio in carta e inchiostro di un manuale di scrittura creativa. Oltre alla piacevolissima narrazione, da una lettura di questo romanzo c'è veramente tanto da imparare.

Continua a leggere…»