Affreschi verbali

Voglio tornare su un argomento che mi sta particolarmente a cuore come lettore, ovvero: l’utilizzo delle parole in modo da trasmettere sensazioni visive, ancor prima che emozioni.
In questo post avevo già parlato di come si possa dipingere con le parole, come dice il titolo, e mi ero fatto aiutare dal grande Sherwood Anderson e dal racconto Mani del suo straordinario libro Winesburg, Ohio.
Per rinforzare il mio pensiero voglio prendere in prestito la meravigliosa scrittura di Philip Roth (sì, è vero, sono dei mostri sacri, ma così mi viene più facile), e in particolare Indignazione.
Il romanzo racconta della vita di un ragazzo di Newark figlio di un macellaio kosher, e del suo modo di provare a raffrontarsi con le contraddizioni e le difficoltà del’inizio degli anni ’60 in America, con il conflitto in Corea e gli impulsi di un mondo che cercava di diventare moderno.

Roth è un maestro, come ogni grande scrittore, nel piegare le parole per creare immagini. In Indignazione, il protagonista verso l’inizio descrive la macelleria del padre. Ecco come fa; spegniamo le luci e silenzio in sala.

Il nostro negozio si affacciava su Lyons Avenue, a Newark, a un isolato dal Beth Israel Hospital, e in vetrina avevamo uno scomparto per mettere il ghiaccio, con un ampio ripiano leggermente inclinato in avanti. Un camion del ghiaccio veniva a venderci il ghiaccio tritato, e noi lo mettevamo lì dentro e poi ci mettevamo sopra la carne in modo che la gente la vedesse mentre passava.



Anche questo è cinema verbale. Proviamo a capire come fa.

“Il nostro negozio si affacciava su Lyons Avenue, a Newark…”


“Si affacciava” non è come “era” o “si trovava”: lo rapporta immediatamente con la strada, con ciò che c’è all’esterno.

“… a un isolato dal Beth Israel Hospital…”


quindi in un luogo di passaggio, verosimilmente (ma questo viene da pensarlo a noi, lui non lo dice e qui è il trucco)

“… e in vetrina avevamo uno scomparto per mettere il ghiaccio, con un ampio ripiano leggermente inclinato in avanti.”
Uno scomparto per mettere il ghiaccio con un ampio ripiano leggermente inclinato in avanti. Io vedo anche il colore: è verde pallido, di formica screziata di venature più chiare. E’ tutto lì, l’interno è secondario: per la gente e il mondo la macelleria è quella vetrina.
“… Un camion del ghiaccio veniva a venderci il ghiaccio tritato, e noi lo mettevamo lì dentro e poi ci mettevamo sopra la carne in modo che la gente la vedesse mentre passava.”
 C’è movimento, il succedersi dei giorni, il camion che arriva e riparte, la carne disposta in modo opportuno, la gente che passa, dà un’occhiata, si ferma. In poche parole c’è tutta una vita.
Questa per me è la magia dello scrivere bene: mettere tutta la vita in una frase, il susseguirsi dei giorni in poche parola. E la descrizione dei luoghi è viva, immediata, non frammentata nel succedersi di mille minuziosi e insignificanti e inutili particolari. La macelleria kosher e il suo rapporto con il mondo esterno, ma anche con la vita del protagonista, è tutta lì, in poche righe.
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