Cinque ottimi motivi per avere un blog (e uno per non averlo)

Tra alti e bassi, e anche qualche cambiamento di nome o di piattaforma, porto avanti il mio blog da 5 o 6 anni, credo. Ho cominciato con Splinder (ma esiste ancora?), poi il vecchio Blogger, e ora WordPress.

La costante è stata sempre l’argomento, o meglio gli argomenti: discussioni, pareri o notizie su qualche romanzo, alternati a post “a tema libero”. Ho parlato di tante cose, dalle classifiche dei libri più venduti ai libri che mi piacciono di più sino a temi che con i libri poco hanno a che vedere.

Ogni tanto, soprattutto dopo più o meno lunghi periodi di silenzio, mi chiedo: ma ne vale la pena? perché è pur sempre un impegno non rispettato che lavora in background nella mente, e disturba. La risposta che trovo sempre (e infatti continuo dopo tutti questi anni) è: sì. Per almeno cinque buoni motivi.

  1. Ho qualcosa da dire. Presunzione? No, affatto, perché ritengo che ognuno di noi abbia una storia da raccontare, un suo proprio modo di vedere il mondo, addirittura un suo proprio mondo. E mi dispiacerebbe rinunciare a raccontare il mio. Per lo stesso motivo, sbaglieresti a non raccontarmi il tuo mondo.
  2. Mi piace comunicare con gli altri. Quando tieni un blog, ti sembra che il mondo ti legga. Naturalmente non è esattamente così, ma già il fatto che questo potenzialmente sia vero dà uno stimolo importante. Ma comunicare deve essere nei due sensi, quindi, per favore, comunicami anche tu qualcosa.
  3. Mi piace scrivere. Scrivo praticamente sempre: se non sto lavorando o dormendo, e non posso materialmente pestare sulla tastiera, nella mia mente le storie e i post prendono comunque forma, li lavoro, li aggiusto, mi ci tormento. Tu?
  4. Mi piace leggere. Leggere le cose scritte da altri, e allora, se voglio sentirmi corretto e realmente onesto, devo barattarle con cose scritte da me. I miei post, appunto.
  5. Sul web, ogni tanto, bisognerebbe metterci la faccia. Spesso il web è così impersonale, così infestato da “leoni da tastiera” che credono di avere l’immunità e sicuramente hanno l’impunità, che vedersi davanti persone vive, anche se attraverso dei pixel, dà valore e nobilita questo casino che si chiama internet.

Però, e qui arriviamo alle dolenti note, però: che fatica. Ti viene qualcosa in testa, e ti dici: ci faccio un post. Poi, quasi sempre, subito dopo: ma tanto non frega niente a nessuno. Oppure, peggio: la mente è vuota come il deserto sotto il sole, e la tua creatività è inferiore a quella di una calcolatrice. Per tirar fuori qualcosa da te devi sudare, faticare; magari posponi l’impegno. Posponendo soffri, ti senti in colpa, ti sembra che ti manchi qualcosa; e soffri in un modo diverso; ma soffri.

Insomma, portare avanti un blog è bello, ma è anche fatica. Si tratta di decidere quale dei due elementi pesi di più.

Per te quale è l’elemento più importante? Il positivo o il negativo? Se ti va, scrivilo nei commenti. Ma scrivi 😉

Una di quelle domeniche

Oggi è il mio compleanno. Mentre faccio gli ultimi preparativi e aspetto che arrivino le 5 o 6 persone care che ho invitato, non posso fare a meno di pensare al mio amico R. e al fatto che stanotte, poco prima di mezzanotte, sua madre è morta.

Compleanno e morte: inevitabile rimuginare sul tempo che passa, e su come lo impieghiamo.

 

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Ebook: una cosa che con i libri di carta non potrai mai fare

Mi piace leggere, è chiaro: ma non solo romanzi. Leggo molto sul web: articoli, post, approfondimenti. Pagine e pagine di roba molto interessante. Che poi magari traduco anche in consigli di lettura.

Ma leggere sul video spesso non è comodo o possibile. E allora che faccio: un bel copia-e-incolla su un programma di videoscrittura, anche mettendo molti articoli di fila purché dello stesso argomento di base, e poi una bella conversione nel formato ePub, quello, per intenderci, degli ebook “non Amazon” (con Pages di Apple lo puoi fare direttamente, senza usare altri software). Copio il risultato nel mio ebook reader, e il gioco è fatto. La lettura, con comodità, è assicurata, quando e dove voglio.

Ecco, questo con un libro di carta non lo potrei mai fare. E mi dà una grande soddisfazione.

 

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Connessioni tra lettura e scrittura

Provate a scegliere, come libri da leggere, solo romanzi di un genere, oppure solo romanzi di un autore, o, almeno, solo romanzi americani scritti, diciamo, negli ultimi venti o trent’anni. Fatelo per mesi, o meglio per anni, uniformando le vostre letture a queste scelte. Riempitevene la testa, gli occhi, e magari  il cuore.

Ora, scrivete. Che cosa? qualche pensiero,un racconto, magari un romanzo; e vediamo che cosa succede.

Quello che voglio dire è che ciò che leggiamo, se non altro perché lo amiamo, ci influenza. E’ difficile che la sua voce non ci risuoni, e a lungo, nella mente, e nel cuore. Se siamo solo dei lettori, e ci chiedono dei consigli di lettura, il risultato sarà automatico: saranno consigli di lettura ben prevedibili. Se scriviamo pure, non pensiamo di passarla liscia: le letture che facciamo, e che ci portiamo dentro, influenzeranno anche il risultato delle nostre fatiche.

Naturalmente, però, dobbiamo scrivere con la  nostra voce. Che però sarà anche il risultato delle letture che stratifichiamo dentro di noi.

 

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Libri che arrivano a maggio

Questo mese tornano in libreria Stefano Benni (con “Prendiluna”, l’11 maggio), Banana Yoshimoto (con “Another world”, il 25) e Andrea Camilleri (con “La rete di protezione”, sempre il 25).

Tornano in libreria anche altri; ma meglio lasciar perdere.

 

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Questo è il giorno 

Per noi popolo sardo questa data, il 28 aprile,  rappresenta un momento di rivalsa e riscatto,  il grido di dignità e orgoglio di una terra che, a partire dal 13° secolo, è stata territorio  di conquista e soprusi da parte di popolazioni straniere. A partire dal 1200 ci sono stati i pisani e gli aragonesi e i genovesi, i Doria e i Malaspina,  i Donoratico e i Della Gherardesca; e poi, una volta costituito il Regno di Sardegna,  sono arrivati i francesi e i piemontesi, e poi, poco più di 150 anni fa, gli italiani; e alla fine,  i Briatore e i calciatori tatuati.

Il 28 aprile del 1794 furono cacciati dall’ Isola il viceré sabaudo e tutti i funzionari piemontesi a seguito di una sollevazione popolare; il parlamento locale e la Reale udienza presero il controllo della situazione,  e governarono per alcuni mesi sino alla nomina del nuovo viceré. Questo si ricorda, oggi.

Non conosco sardo che non abbia in sé,  in misura più o meno sviluppata, un senso identitario, o che non senta l’appartenenza a questa nostra terra ancor prima di quella a ogni altra organizzazione amministrativa o civile. Non conosco sardo che non si strugga per la nostalgia per questa terra antica e dolente. E non è un caso se molti di noi si sentono più europei che italiani.

Non intendo ignorare  le responsabilità di noi sardi rispetto alla nostra storia e al nostro destino. Ma qui si parla di tutt’altra cosa. Oggi ricordiamo l’orgoglio e la dignità dei sardi, che, a dispetto di qualunque crisi o qualsivoglia espansione e rafforzamento della globalizzazione,  continua a esistere, e anzi a rafforzarsi.

“Sardinia no est Italia”, ovvero: la Sardegna non è Italia. Oggi ce lo ricordiamo.

 

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Saluti da Atene 

In vacanza nella capitale greca per qualche giorno,  ne approfitto per leggere un po’ di più,  e con più libertà e “ispirazione “.

Da leggere,  ho scelto “Stoner”, di John E. Williams, scritto se non sbaglio verso il 1965 ma arrivato in Italia solo qualche anno fa; un libro di cui si è parlato così tanto da noi, nei mesi dopo l’uscita, da far passare la voglia di leggerlo. Devo dire che invece è veramente buono. Mi ricorda la complessità introspettiva di autori come John Irving o Richard Ford.

Bene, ora riprendo a leggere, e a visitare la città.

Saluti da Atene.

 

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Leggere in solitario, leggere con altri

La lettura è soprattutto una questione privata, qualcosa da fare da soli. Si potrebbe anzi definire come una delle attività più solitarie che esistano, e questo indipendentemente dal fatto che no ci sia, nel luogo in cui ci si è sistemati per leggere, effettivamente nessun altro.

Ma lasciate che vi dica una cosa: non è vero. Non è sempre, automaticamente vero. Perché c’è un modo di leggere insieme agli altri, naturalmente escludendo il leggere “in coro”: sono i gruppi di lettura.

Se non avete mai fatto parte di un gruppo di lettura, provo a spiegare in poche parole di che cosa si tratta. Un gruppo di persone, “guidate” da qualcuno che sa di che cosa parla (nel mio caso uno scrittore di professione), si riunisce di solito una volta al mese, per parlare del libro che, insieme, hanno scelto la volta precedente, e che tutti hanno dovuto leggere.

I vantaggi sono che:

  1. si parla di libri, argomento sempre piacevole, e:
  2. siccome la scelta del libro per la volta seguente è fatta dal gruppo, si può fare la conoscenza con nuovi autori, e incappare magari in qualche bella sorpresa.

C’è (almeno) un elemento negativo, però, ovvero: se in generale riesci a trovare poco tempo da dedicare alla lettura, non sempre hai voglia di leggere qualcosa indicata da qualcun altro, ma probabilmente vorrai fare da solo le tue scelte.

Io partecipavo a un gruppo di lettura, tempo fa. E ho smesso.

 

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Scrivere un romanzo è come costruire una casa?

Se uno mi facesse la domanda del titolo gli risponderei: in che senso, scusa? Perché detta così sembra un po’ una sparata a caso, un tentativo di frase a effetto.

Però, a pensarci bene un senso ce l’ha. Perché se le parole sono mattoni, la storia è la struttura, e l’uso che facciamo delle parole dà luogo agli intonaci, le tinte, gli arredi. Quando scrivi, di solito, pensi a una storia, a quella che viene chiamata trama? Non so. A me, a ben guardare, si forma nella mente un personaggio, che piano piano si arricchisce di caratteristiche. A quel punto, basta lasciarlo vivere sulla pagina, e il gioco è fatto.

E quindi, mi devo correggere: la struttura non è la storia, ma i protagonisti. Il resto ricopre la struttura, trasformandola in una casa. E poco importa se il risultato finale sia una villa, o una umile catapecchia: l’importante è scrivere.