Basta con i buoni propositi

Inizia un nuovo anno, con la immancabile eredità di qualche chilo in più e tanti, troppi buoni propositi: non farò più questo, comincerò a fare quest’altro, eccetera eccetera. E a niente è servito il fatto che, se prendessimo in mano ora la lista di un anno fa, scopriremmo (ma dentro di noi lo sappiamo già) che tutte quelle sante e meritevoli promesse sono state sistematicamente disattese, non rispettate, ignorate. Non vogliamo nemmeno fare lo sforzo di ricordarne qualcuna, giusto il tanto di farci sentire un po’ in imbarazzo.

E’ quella che si potrebbe definire la “sindrome della dieta”: comincerò lunedì. Poco importa se ora sia solo martedì, anzi, è perfino meglio: abbiamo davanti sei giorni durante i quali non solo non faremo dieta, ma nemmeno mangeremo normalmente: ci abbufferemo, perché tanto “da lunedì sono a dieta”.

E allora, basta. Smettiamola. Non ha senso. Non ci sono motivi che giustifichino frasi come “speriamo che il prossimo anno sia migliore di quello passato, che è stato terribile”, come se si trattasse di un gratta e vinci: in quello del 2015 non ho trovato granché, vediamo come va con quello del 2016. Cerchiamo di fare ciò che riteniamo giusto per noi, ma di farlo ORA, non tra un giorno o un anno, senza darci obiettivi irrealistico, ben sapendo che molleremo tutto entro una settimana. Questa è una piccola regola che provo ad applicare a me stesso da un anno: partiamo dal poco, ma da quel poco che so che potrei realizzare, e subito.

Anche per i libri: dovrei leggere i russi, oppure dovrei leggere di più, dovrei lasciar perdere i best seller, leggere qualche saggio, e via promettendo. Ma perché? e soprattutto, ma per chi? Non si può stare un po’ rilassati almeno nella lettura? Passi il dover leggere determinati libri per motivi di studio o lavoro, ma per il resto, chi se ne frega. Hai voglia di leggere, stasera, un bel best seller americano di quelli tosti, industriali, con la copertina sgargiante? Avanti. Senti viceversa dentro di te l’impulso di imbarcarti in Guerra e pace? Tanto di cappello, non tirarti indietro. E poi, la regola aurea è sempre la stessa: che ognuno faccia quello che vuole. Buon anno.

 

Questioni oziose a proposito di ebook

Colgo lo spunto da un articolo comparso questi giorni sul sito di linkiesta.it, che parla ancora del futuro degli ebook paragonandoli ai libri tradizionali, ovvero stampati su carta. In breve, ciò che linkiesta sostiene, a motivare una prevedibile limitata diffusione del libro digitale anche in futuro, è la caratteristica di consentire solamente una lettura “seriale” (in senso informatico), ovvero la possibilità di andare avanti o indietro in sequenza, senza la visione “spaziale” e “a salti” che il testo stampato consente. E pertanto, non consentono di navigare da un punto all’altro della storia narrata, impedendo di fatto uno dei grandi piaceri che il libro di carta offre.

Il punto di vista è interessante. Io non amo particolarmente i libri digitali, lo dico subito, un po’ per il motivo romantico di apprezzare le caratteristiche fisiche della carta e della stampa, odore incluso, un po’ perché mi piace il libro anche come oggetto (e oltretutto, ogni tanto sottolineo frasi o parole, cosa che con l’evidenziatore del libro digitale non dà lo stesso gusto); infatti leggo libri digitali solamente se sono romanzi ai quali non tengo particolarmente, oppure se non ho la possibilità, o la voglia, di andare in una libreria. E comunque, i libri che mi piacciono maggiormente li acquisto solamente su carta. Però devo dire che, anche restando per così dire imparziali, il punto di vista è abbastanza centrato.

Penso infatti a come leggo i libri io, e a ciò che faccio dopo che ho finito di leggerli: ogni tanto interrompo la lettura, sfoglio il libro saltando di qua e di là, cerco i passi che ho sottolineato, vado avanti e indietro a mazzi di pagine. Ecco, con il libro digitale tutto questo non lo si può fare. non hai una visione spaziale, come dicevo, ma solo lineare, in sequenza; se vuoi scorrere le pagine, devi farlo una per volta, oppure saltare a un numero che non ti dice niente; se cerchi un particolare passo e non ci hai messo un qualche segno informatico sopra, diventa difficile trovarlo, perché ti manca l’aiuto della memoria visiva sulla disposizione delle righe e delle parole. In altri termini, il libro digitale è concetto, dove il libro di carta, oltre che concetto, è oggetto. Come quelle parole che, oltre a essere significato, sono anche suono.

Detto tutto questo, però, vorrei anche dire una cosa. Del futuro del libro digitale e di quello di carta si parla praticamente da quando gli ebook, alla fine degli anni ’90, sono passati da testi sui pc a documenti leggibili sui dispositivi portatili, con discussioni infinite su chi sopravviverà, tra i due estremi di chi considera il libro digitale una vera rivoluzione copernicana, capace di rovesciare lo status quo dell’editoria, e chi, invece, continua a considerarlo una pallida e insipida imitazione del libro “vero”, e sostiene che non avrà mai una diffusione paragonabile a quella dei libri perché, appunto, non è esattamente un libro, ma un qualcosa che gli assomiglia solamente imitandone solo uno delle possibilità, ovvero la mera acquisizione di concetti.

Io credo, invece, che gli strumenti siano diversi, e appunto perché diversi avranno un futuro indipendente, non necessariamente collegato. Io credo che la libertà che dà un libro digitale, con la sua incorporeità, sia ovviamente inarrivabile per un libro di carta, ma questo punto di forza diventa, a seconda dei punti di vista, anche la sua maggiore pecca (mancanza di fisicità, appunto). Io penso che il loro sviluppo sarà uno indipendente dall’altro. Io spero che il libro di carta non solo viva, ma prosperi, essendo uno degli strumenti migliori per alimentare la nostra anima. Ma, anche, immagino che il libro digitale aumenterà progressivamente la propria diffusione, diventando insostituibile per chi viaggia molto e ama leggere, o ha problemi di spazio, oppure ha necessità di portare con sé sempre enormi quantità di testi e diversamente non saprebbe come fare; senza tralasciare, naturalmente, gli appassionati della tecnologia, che si farebbero piacere qualunque cosa sappia di moderno, o di più moderno. E sono fermamente convinto che, alla fine, il pubblico di potenziali compratori di un libro digitale sia sostanzialmente differente da coloro che leggono libri di carta.

Insomma, la chiudo. Ritengo che il libro digitale aumenti il numero dei lettori, non lo minacci: come i matrimoni gay, che non riducono il numero di famiglie (come azzarda qualcuno, di sensibilità conservatrice), ma li aumentano. E soprattutto, che ognuno, nella propria vita e quindi anche nella lettura, faccia ciò che vuole, e del resto chi se ne frega. E ho finito.

No, un’ultima cosa. Questo è il link dell’articolo, se volte andarvelo a leggere da voi

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/12/23/ecco-perche-lebook-finora-e-un-flop/28692/

 

Il re di denari e la sua ballata di morte

Messico. Polvere e sole. Lupo, appena un ragazzo, ha un talento: sa scrivere storie, e le sa mettere in musica. Questa sua dote gli frutta pochi spiccioli che gli consentono di sopravvivere in strada. Una sera, mentre sta componendo e cantando in una bettola, rischia di essere aggredito da un avventore, ma viene difeso dal Re. Comincia così “La ballata del re di denari”, di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera); e inizia anche il rapporto tra Lupo e un potente narcotrafficante, che controlla con il terrore tutta un’intera regione.

Questa scena di fatto dà il via a tutta una sequenza di avvenimenti che cambieranno del tutto l’esistenza di Lupo. Il Re, offeso dall’ubriaco, non si lascia sfuggire l’occasione di ricordare a tutti di chi comanda.

Lupo si trasferisce nel palazzo del Re, una enorme costruzione difesa da guardie armate, nella quale si vive come in una città, in un mondo a sé. Ci sono addetti alle cucine, al controllo interno, all’amministrazione, alle pulizie, e alle attività illegali che consentono al Re e ai suoi accoliti di prosperare. C’è persino una vera e propria Corte fatta di dignitari e di fedelissimi. Lupo comincia così una nuova vita, con il compito, nel palazzo reale, di scrivere e cantare le gesta del suo signore e padrone.

La vita scorre prima apparentemente tranquilla. Lupo ha tutto ciò di cui ha bisogno, deve solo cantare. 

Qualcosa quindi progressivamente comincia a sgretolarsi nella vita apparentemente intoccabile e non intaccabile del Re. Ma anche per Lupo qualcosa comincia a cambiare.

Per prima cosa, si innamora della ragazza sbagliata, figlia di una donna molto vicina al Re, e dalla madre segretamente destinata a sposare il Re stesso. Poi comincia a rendersi conto che il potere del Re si basa sulla fedeltà dei suoi, che però, piano piano, comincia a cedere.

Lupo compone una canzone che vorrebbe ancora una volta esaltare la forza e le gesta del Re, ma in realtà viene interpretata dal Re stesso nel senso opposto, come se in qualche modo insinuasse dei dubbi sulla sua debolezza. Il Re affronta Lupo con l’intento di farlo uccidere, ma tutto precipita. E ormai il Re è finito.

C’è alla base di tutta la vicenda il tema della morte, o meglio della caducità umana, che aleggia per tutto il romanzo facendo da tessuto di sfondo sul quale sono attaccate tutte le vicende. La morte intesa, più che come atto fisico e esistenziale, come precarietà della vita, come estrema mutabilità delle condizioni dell’uomo. E poi, si parla di arte, della musica, e dei suoi rapporti con il potere, della sua utilità e del suo ruolo quando viene a mancare il sistema di regole che conosciamo, e questo viene soppiantato da quelle, distorte, del malaffare.

Il romanzo La Ballata del re di denari è stato molto bene accolto sia dalla critica sia dal pubblico.I capitoli sono tesi, la prosa precisa e tagliente, la struttura sempre oscillante tra il realismo e sogno, tra il vissuto e il pensato, tra il conosciuto e l’immaginato.

Il suo autore, Yuri Herrera, con questo suo romanzo di esordio ha vinto diversi premi, ed è entrato nella letteratura messicana dalla porta principale, con tutti gli onori. 

Due o tre cose (belle) che penso sugli autori esordienti e sui “piccoli” editori

Credo che sia importante, almeno una volta ogni tanto, leggere opere di autori italiani di quelli che vengono generalmente definiti “emergenti”, ovvero non ancora assurti all’Olimpo della letteratura che conta (spero che si colga la “sottile” ironia). In altre parole, autori che non hanno ancora una grande notorietà, ma che non per questo non meritano di avere una chance di raggiungerla.

Ogni tanto cerco di leggerne qualcuno, anche perché, è opportuno ricordarlo, leggendo un autore quasi sempre si dà una mano anche a una piccola casa editrice, ché in Italia essere pubblicato da uno dei maggiori editori potrebbe tranquillamente avere ispirato la canzone “Uno su mille ce la fa”, corretta però con “Uno su un milione”. Aiutare una piccola casa editrice, intendendo piccola rispetto ai grandi gruppi come Mondadori eccetera, non è un’opera da poco. Non va confuso con un gesto simile a dare una mano a qualcuno perché il suo giocattolo vada avanti. Non è una curiosità da riserva indiana. Per niente. Un piccolo editore che va avanti nonostante tutto e tutti, manda avanti una cosa che, se applicata alle specie animali e vegetali, si chiamerebbe biodiversità.

Dal poco che ho capito dell’editoria come lettore ho notato che le case editrici principali hanno poca voglia, o poco interesse, o poca attitudine, o poco queldiaminechevoletevoi a puntare su autori emergenti. Trovano più remunerativo e meno rischioso, che so, ristampare l’opera omnia di Umberto Eco (Bompiani), piuttosto che dire: ma sì, facciamo i pazzerelli, e diamola una mano ai più promettenti tra i Signor Nessuno. (Che poi, qualche volta magari lo fanno pure, ma sono più eccezioni che regole).

Il piccolo editore, invece, non può sicuramente ristampare Umberto Eco, non può pubblicare Gramellini o Camilleri, non ha accesso ai diritti in Italia dei grandi nomi stranieri. E allora, che fa, visto anche che i soldi sono pochi, e le falle da turare nella barca della casa editrice sono sempre decisamente di più? Cerca di spendere quei soldi oculatamente. Ovvero: punta sugli outsider di qualità. Come le squadre di calcio che cercano di dare spazio a giovani promettenti del vivaio, e pazienza se poi la Juventus glieli porterà via (ma magari ci guadagneranno un gruzzoletto, una volta tanto). E puntando su autori ancora poco conosciuti, si può permettere di seguire strade poco battute, non ancora ampiamente esplorate; consentendo a noi, spesso, di avere proprio delle belle sorprese.

Detto tutto questo, se vi è venuta voglia di leggere qualche autore di questi ma non sapete da chi cominciare, qualche idea voglio provare a darvela io; però, lo faccio partendo dallecase editrici. Io sono da anni un “fan” della NeoEdizioni. E loro, in quanto a originalità nelle scelte, non sono secondi a nessuno. Vi consiglio, in ordine sparso, per la narrativa: il mio conterraneo (anche se lui è di Sassari e io di Cagliari, e a volte può fare una grande differenza) Gianni Tetti e il suo “Mette pioggia”, Nicola Pezzoli con “Quattro soli a motore” e “Chiudi gli occhi e guarda”, Otello Marcacci e il suo “Gobbi come i Pirenei”, e il bellissimo “Il sale” di Jean-Baptiste Del Amo.

E poi c’è la poesia. Ora, scrivere poesia è una delle operazioni più pericolose e rischiose, e che possono essere scambiate per presunzione, quando va bene (quando va male, si può scadere nel ridicolo). Diciamocelo chiaramente: chi inizialmente non storcerebbe il naso, se gli proponessero un libro di poesie di uno sconosciuto? Vabbè, per fortuna ormai esattamente sconosciuta non è, Alessandra Racca. Comunque, ha pubblicato con NeoEdizioni due libri di poesie (almeno che sappia io): “Poesie antirughe”, e “L’amore non si cura con la citrosodina”. Leggeteli, perché uniscono alla fresca originalità una sottile autoironia che veramente riesce a strapparti non solo un sorriso, ma il genere di sorriso migliore, quello col retrogusto di lacrima.

Poi ci sono altri “piccoli” editori. Io cito Hacca (sperando che non mi citi lei in giudizio per averla definita piccola), e in particolare il romanzo “L’anno di vento e sabbia”, del cagliaritano Roberto Delogu. E poi ancora: Las Vegas edizioni, Quarup e il ritratto della follia contenuto nei bei romanzi di Gianni Zanata (“Non sto tanto male” e “Dettagli di un sorriso”); e tanti altri che vi invito a esplorare, e a scoprire.

Nota per aiutare a capire: ho citato solamente libri e autori dei quali ho diretta esperienza, ovvero che ho letto. L’elenco non può essere non dico esaustivo, ma nemmeno rappresentativo della categoria dell’autore emergente (!). 

Per chi suona la campana (a morto)

Chiude un’altra libreria. Non una libreria qualunque: la libreria di Patrizio Zurru, uno che ha contribuito a fare cultura, a Cagliari, e non solo diffusione di cultura vendendo libri, ma ha operato nel campo dell’editoria tramite la compartecipazione a un’agenzia editoriale di successo, ha organizzato eventi, portato autori, inventato di sana pianta manifestazioni nazionali come Letti di notte. Non voglio unirmi alle prefiche, non potrei esserlo e sarebbe certamente fuori luogo; però almeno questa volta dobbiamo riflettere.

Molti, alla notizia della chiusura di una libreria, parlano di lutto per la cultura, o cose così. In realtà, la chiusura di una libreria come questa, ovvero l’Officina dei libri, è molto altro. E’ soprattutto un altro passo verso la consacrazione di un mondo che, consapevoli o no, tutti noi abbiamo contribuito a creare, è un’altra spia dei tempi che viviamo, è, piaccia o non piaccia, un’altra lapide nel cimitero dell’economia, quella fatta innanzitutto di persone ancor prima che di grandi capitali.

Decenni fa abbiamo pensato di avere benefici economici immediati (leggi prezzi più bassi)  nell’abbandonare i piccoli negozi per acquistare nei grandi centri commerciali. Abbiamo preferito un uovo di quaglia oggi a un tacchino domani. Abbiamo scelto di seguire un modello che ci ha portato, sicuramente a pagare meno ciò che acquistiamo, ma nel tempo ad avere molti meno soldi per comprarlo. Sì, meno soldi: perché abbiamo contribuito ad affondare tutto quel tessuto commerciale che produceva ricchezza per tante persone, e che oggi in buona parte non esiste più.

Certo, è sacrosanto che i commercianti ci hanno messo del loro, nei decenni di vacche grasse, ma nel fare di tutta l’erba un fascio, assaltando il forno della grande distribuzione come un atto di rivoluzione, abbiamo anche rinunciato all’utile piacere svolto dai commercianti seri, quelli preparati, appassionati dell’oggetto del proprio lavoro. Abbiamo deciso che avere qualcuno che ti consiglia, ti aiuta, fa da mediatore tra la merce in vendita e il tuo gusto, le tue necessità, era superfluo. Abbiamo stabilito che è meglio fare venti minuti in auto, infilarsi, dopo aver lottato per il parcheggio, in un centro commerciale iper riscaldato e chiassoso, entrare in un qualunque punto vendita con sede legale a Hong Kong, senza alcuna attinenza col territorio, comprare qualunque cosa pagandola meno portasse automaticamente più vantaggi, nel tempo, di fare quattro passi in centro, entrare nel negozio di sempre, chiacchierare con il proprietario ascoltando i suoi consigli, prendere un caffè, e tornare a casa. Abbiamo preferito l’altro modello, e ora, inevitabilmente, ci stiamo impoverendo sempre di più.

Nel caso delle librerie, tutto questo è amplificato, enfatizzato. Perché i libri sono degli oggetti assolutamente particolari. Immaginate di dover acquistare il DVD di un film, e di vivere in un mondo dove non si fa pubblicità dei film, quindi non avete idea di che cosa vi aspetta se non quanto può garantirvi il nome del regista o degli interpreti. Andate in un grande negozio di DVD e vi trovate davanti a migliaia di titoli. Volete tornare a casa con un film, e se non c’è nessuno in grado di consigliarvi ve la potete sempre cavare comprando qualcosa dell’attore del momento, o del regista che ha vinto un Oscar. Ma magari vorreste guardare un film di un autore che non conoscete, vorreste per esempio avvicinarvi al cinema tedesco del secondo dopoguerra ma non sapete da che titolo cominciare. Che fate? A chi chiedete? Vi voglio vedere.

Per le librerie è esattamente così. Scaffali e scaffali stracolmi di libri, e voi lì, a chiedervi che cosa acquistare. Certo, se siete lettori abituali riuscite a muovervi bene, e sicuramente tornate a casa con qualcosa di vostro gradimento. Ma se per caso voleste scoprire qualche autore che non avete mai letto, cambiare decisamente genere, se per esempio avete letto quasi sempre autori americani o europei, e invece vi interessa conoscere qualche autore sudamericano, che fate? La lotteria?

Arrivando al punto, ciò che giustifica l’esistenza dei librai indipendenti, ovvero quelli che io definisco “veri”, è l’opera di mediazione culturale e informativa che svolgono, che consente di ampliare i propri orizzonti. Librai che sono innanzitutto dei lettori. Librai che prima ancora di vendervi un libro discutono con voi di letteratura. Questo è un piacere legittimo, per chi ama la lettura e la letteratura, e oggi, purtroppo, sta diventando innanzitutto un privilegio, una rarità. Oggi piangiamo tutti insieme, spalla a spalla, sui social network, la chiusura di una libreria che prima ancora che una “rivendita di libri” è stata soprattutto un polo di scambio culturale, un luogo di confronto e di apprendimento, un punto di ritrovo per appassionati. Lo facciamo con in mano il sacchetto della Feltrinelli, o della Mondadori, o dopo aver confermato l’ordine di libri su Amazon. Lo facciamo piangendo calde, abbondanti, inarrestabili lacrime di coccodrillo.

Tre libri dell’ultimo momento da infilare in valigia

Siete pronti per partire, e non sapete ancora che cosa leggere in questi giorni di svago e riposo? Non volete appesantirvi troppo con letture impegnative, ma d’altra parte i soliti best seller di grido non vi attirano minimamente? Vi consiglio tre libri che ho letto, e che a mio avviso riescono a garantire una lettura piacevole e veloce pur garantendo un buon livello “qualitativo”. Insomma, dei bei libri, con i quali non si rischia l’effetto “Guerra e pace”.
Il primo che consiglio è un romanzo che ha avuto un grande successo qualche anno fa, anche sull’onda del boom degli scrittori scandinavi, ed è “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (Bompiani Vintage), di Jonas Jonasson. Racconta, tra il susseguirsi di colpi di scena che inizialmente potrebbero risultare non proprio realistici (il protagonista è un centenario un po’ troppo arzillo per quell’età), le avventure di un vecchio ospite di una casa di riposo, che si dà alla fuga e ne combina veramente di tutti i colori. Nel corso del romanzo si ricostruisce, intanto, la sua storia personale, e ne viene fuori il ritratto di un uomo che ricorda Forrest Gump, per la casuale ricchezza di incontri e situazioni. La bravura di Jonasson è stata proprio quella di riuscire a far risultare le diverse vicende, potenzialmente non credibili, nel complesso convincenti, dando vita a un romanzo divertente e che vale la pena leggere.
Il secondo è “Alta definizione”, di Adam Wilson (ISBN Edizioni). Il protagonista, Eli Schwartz, è il classico perdente: grasso, brutto, imbranato. Ha appena finito il liceo, e trascorre la vita tra marijuana e film porno, mentre sogna di diventare un grande cuoco. La sua vita ha una svolta quando incontra Seymour Kahn, ex attore in sedia a rotelle, che va avanti a cinismo e Viagra. Tra i due nascerà un’amicizia, che aprirà gli occhi a Eli e lo metterà davanti alla realtà. Non sempre bella.
Infine, agli amanti dei polizieschi consiglio “L’ultima corsa per Woodstock”, di Colin Dexter (Sellerio). Già il nome dell’autore è di per sé stesso una garanzia, essendo l’ “inventore” dell’ispettore Morse, che è il protagonista anche di questo romanzo. La storia è quella di alcune amiche, e di un omicidio compiuto nel parcheggio di un pub. Classico giallo all’inglese, con investigazioni discrete e efficaci, pochi effetti speciali e il colpo di scena finale.

Sono storie di famiglia

Fateci caso: in un modo o nell’altro, la famiglia nei romanzi entra sempre, o quasi. Che si parli di situazioni felici o, all’opposto, di famiglie disastrate, o magari di vera e propria fuga dalla famiglia, o anche di abbandono, comunque la famiglia in un modo o nell’altro è lì, nelle storie, a fare da sfondo, da tessuto di base, se non addirittura da elemento principale della narrazione.

D’altronde, se Richard Yates sosteneva che non c’è altro di cui valga la pena scrivere oltre la famiglia, un motivo ci sarà stato, visto che sicuramente non era l’ultimo arrivato nel campo della scrittura. Di sicuro, la letteratura ci ha abituato a narrazioni ambientate in seno alla famiglia.
Perché la famiglia, è innegabile, è una mini-collettività che riproduce, a volte anche in forma più esasperata, modelli di relazione e tensioni del mondo esterno. In forma più esasperata, perché la convivenza e la frequentazione continua creano rapporti forzati, enfatizzano le consuetudini, obbligano spesso a indossare una maschera e, talvolta, possono degenerare in fratture insanabili.
Per questo, molti autori (nell’idea che la letteratura, come il teatro, non solo è espressione della vita, ma spesso è più vera della vita vera) si sono cimentati con il tema, e molti romanzi hanno affrontato il problema degli equilibri familiari e del complesso rapporto della famiglia con l’ambiente esterno.
Se, dunque, in Le correzioni di Jonathan Franzen viene esaminata la famiglia americana nei rapporti interni, in romanzi come Una famiglia americana di Joyce Carol Oates il tema viene ampliato includendo l’impatto della società nei rapporti tra consanguinei, in questo caso arrivando a distruggere la famiglia. Perché le convenzioni sociali possono essere così forti da competere con i legami di nascita sovvertendoli, annullandoli, sino alla distruzione.
Anche Jean-Baptiste Del Amo, nel suo Il sale, ha una visione della famiglia non stereotipata, da situazione idilliaca: al contrario, descrive rapporti difficili, conflittuali, sempre dolorosi. Racconta gli ostacoli, gli scogli che si incontrano quando si vuole affermare il proprio io fuori dallo schema familiare, quando si vuole essere innanzitutto individuo con i propri gusti anche sessuali, le proprie passioni, le proprie caratteristiche. Mostra come la ricerca di sé sia sempre difficile, e la famiglia, in questo, ha una responsabilità di primo piano.
La domanda non espressa, presente in tutti i romanzi che ho citato (ma sono solo una sparuta rappresentanza di infiniti altri), è: quando e come cessiamo di essere figli e diventiamo individui? E la risposta, quando esiste, è spesso dolorosa. Come la propria esperienza personale.

L’unicità della vita quotidiana: Richard Ford e "Lo stato delle cose"

Richard Ford è uno degli autori che preferisco, per mille motivi legati alla sua originalissima scrittura. Non mi sono stupito, quindi, quando iniziando a leggere il suo “Lo stato delle cose” lo ho trovato da subito quello che la lettura completa ha confermato: è un romanzo straordinario.

Non dico qualcosa di nuovo e sorprendente affermando che Richard Ford è uno dei maggiori scrittori americani viventi; e il suo Pulitzer e il Faulkner Award per “Il giorno dell’Indipendenza” lo confermano, se anche ce ne fosse stato bisogno.
Detto questo, ecco perché considero “Lo stato delle cose” uno dei migliori romanzi che io abbia mai letto, naturalmente per il mio gusto personale (anche se sono in abbondante e rappresentativa compagnia).
Innanzitutto, scrive in prima persona. Questa è una scelta che non approvo automaticamente, in un romanzo, in quanto la scrittura in prima persona nasconde infinite insidie e trabocchetti. A fianco a una potenziale energia espressiva che la scrittura in terza persona difficilmente riesce a raggiungere, si nasconde il rischio concreto del banale e dello sciatto, la difficoltà a tradurre i pensieri in azioni, il pericolo di cadere nell’orgia di pensieri banali e autoreferenziali (dal punto di vista del protagonista, naturalmente), con un “info dumping” di sentimenti provati e vissuti. Insomma, per intenderci paccottiglia come: “Improvvisamente mi sentii sommerso dalle emozioni. Avvertivo come mille correnti che si inseguivano nel mio corpo, ondate di calore emotivo che concentravano tutta l’energia, sino a quel momento sopita, nel mio cervello, dandomi all’improvviso una visione chiara. In un istante tutti i pezzi del puzzle sembrarono andare al loro posto, il quadro si compose, e tutto dentro di me divenne evidente e sensato”.
Ecco, se temete qualche cosa di questo genere, rilassatevi: con Richard Ford è tutta una (meravigliosa) altra storia. Certo, in lui le riflessioni scorrono come fiumi: il protagonista, Frank Bascombe (agente immobiliare al secondo matrimonio, già protagonista di “Il giorno dell’indipendenza” e del precedente “Sportswriter”), ha una vita interiore, per così dire, veramente attiva. Ha 55 anni, un matrimonio alle spalle, appunto, due figli lontani non solo geograficamente coi quali non riesce a costruire un rapporto, un terzo figlio morto in tenera età, una seconda moglie che forse lo ha lasciato, e ha da poco scoperto di avere un tumore. E comincia, o meglio in realtà continua, a fare i conti con sé stesso, e con le prospettive della sua vita futura. E’ un uomo che non fa altro che cercare il senso della vita, anche se spesso sembra voler negare a sé stesso che la vita abbia per forza un senso, o che per lo meno abbia significato cercarlo. Ebbene, tutto questo fermento interiore è reso in un modo così sottile, così autentico e credibile, da dare a chi legge l’illusione di vivere realmente dentro di lui, anzi, di più: di essere lui. Non me ne voglia nessuno, ma per quanto ho visto io, da Virginia Woolf un tale effetto e a questi livelli lo avevo trovato molto raramente in un autore.
Però non è questo il solo elemento di originalità, l’unico punto di forza della scrittura di Ford. Perché, per esempio, ha una capacità unica di portare che legge avanti e indietro nel tempo della storia, proprio come farebbe chi cerca di “raccontare” i propri pensieri, inseguendo i mille agganci e riferimenti e richiami che una mente complessa vede quando si ferma a riflettere, a pensare. In realtà, la vicenda si svolge in una settimana o meno in attesa della festa del Ringraziamento, ma questo “vagare” nelle vicende della vita di Bascombe è così ampio e presente da dare l’impressione di viverla interamente, quella stessa vita.
E’ la storia autoraccontata di un uomo semplice e comune, in definitiva. Ma questa semplicità non deriva mai nel quotidiano, nel banale: ha sempre un lampo di originalità, di specificità, come a modo suo è originale e specifico ciascuno di noi. Richard Ford sa cogliere questo barlume di unicità, e lo sa rendere. Qui, e forse soprattutto, sta la sua vera grandezza.

Teatro e scrittura: due modi diversi ma affini di rendere più vera la realtà

Che cos’è che possiamo chiamare teatro? Il verboso susseguirsi di frasi, di battute, di gesti? Oppure qualcos’altro? Perché il teatro è una cosa ben precisa, per come la vedo io, ben precisa e notevolmente diversa da ciò che invece normalmente si associa allo spettacolo su un palco. L’espressività del corpo è altrettanto o talvolta più importante di quella della voce o del volto. I movimenti e la postura, la tensione muscolare e nervosa diventano elementi non scambiabili, irrinunciabili di espressione e di gesto artistico. La recitazione non è mimica, non è descrizione o rappresentazione della vita, ma trasfigurazione e trasposizione della vita stessa dentro la rappresentazione. Chi per esempio recita la parte del capo indiano non la rappresenta, ma la vive realmente condensandola in simboli che ne riassumono i tratti veri, più essenziali, necessari. Nella rappresentazione tutto ciò che non è realmente utile, necessario alla storia o alle sensazioni, viene tagliato, eliminato, o almeno trasformato, ridotto alla sua essenza più vera, a quella parte minima che è realmente irrinunciabile, imprescindibile, autentica.

Tra teatro e scrittura ci sono affinità innumerevoli e molto forti. Anche la scrittura fa sue le regole dell’utilizzo dei simboli al posto delle descrizioni, degli elementi essenziali al posto degli orpelli, della precisione al posto dell’abbondanza imprecisa. Anche la scrittura è solo ciò che è necessario alla storia, o ai caratteri dei personaggi, o a entrambi; nemmeno una parola in più, un aggettivo, un avverbio, nemmeno una virgola. Il punto deve gridare forte sulla pagina come il protagonista di una tragedia. Il ritmo della narrazione dev’essere al centro dello scrivere, come lo è nel teatro. E come il teatro, anche la scrittura diventa più vera della vita vera, più reale della vita reale; perché è filtro, interpretazione, trasfigurazione e quindi traduzione della realtà in concetti, idee, essenza. E’ tutto ciò che la realtà non riesce se non raramente a essere: un condensato di momenti e emozioni, la puntiforme onda d’energia di un laser. 
Prendete la vita che viviamo ogni giorno, e spogliatela della banalità del quotidiano e della sciatteria dell’ordinario lasciando solamente le emozioni, i pensieri più profondi, i momenti più significativi. Raccontate tutto questo con simboli, immagini, tratti, espressioni. Allora, e solo allora, avrete teatro; allora, e solo allora, avrete letteratura.

Impantanarsi nella lettura

Credo che sia un po’ il rischio che si corre nel leggere libri molto lunghi, voluminosi, anche se dal valore straordinario: arrivare a un punto che andare avanti diventa difficile. Da che cosa dipende? Se un libro ti appassiona, ti emoziona, se ne ami l’ambientazione, la storia e i personaggi, perché arrivare a quel punto di impantanamento, quando le gambe diventano deboli e molli e ogni pagina da leggere rappresenta una sfida?
La riflessione mi è venuta leggendo David Copperfield, che è considerato il migliore dei romanzi di Dickens, e rende giustizia alla fama, ma consta di 1100 pagine di letteratura sì elevata, ma pressoché infinita. Quasi all’improvviso sono passato dal buttar giù, per così dire, molte decine di pagine al giorno, alla fatica di leggerne anche solo una decina. Eppure, il libro mi piace, non me ne sono stufato. E allora?
E allora, credo che sia un qualcosa simile all’effetto “pranzo di nozze”. Se ti abbuffi di roba buona, ad un certo punto cominci a essere sazio, e hai bisogno di digiuno o almeno di qualcosa di più leggero, di meno saporito.
Potrebbe valere anche per la lettura? Forse sì. O magari non proprio. Magari, semplicemente, si vuole cambiare voce narrante, situazione, epoca, stile. Magari si vuole vedere un altro mondo, che so, il mondo visto da Hemingway anziché continuare ancora con quello visto da Dickens. Perché alla fine, leggere un libro equivale a vivere nel mondo secondo la particolare visione del suo autore.
Insomma, qualunque sia il motivo, prima o poi può capitare di impantanarsi. Un po’ l’effetto “Guerra e pace”, in definitiva. Io combatto l’impantanamento alternando la lettura del “mattone” a quella di un altro libro di genere e stile molto diverso, certamente più leggero; ma la controindicazione è che l’impantanamento rischia di diventare cronico, e di non riuscire più ad andare avanti come nelle sabbie mobili, le sabbie mobili della lettura.