Scrivere un romanzo è come costruire una casa?

Se uno mi facesse la domanda del titolo gli risponderei: in che senso, scusa? Perché detta così sembra un po’ una sparata a caso, un tentativo di frase a effetto.

Però, a pensarci bene un senso ce l’ha. Perché se le parole sono mattoni, la storia è la struttura, e l’uso che facciamo delle parole dà luogo agli intonaci, le tinte, gli arredi. Quando scrivi, di solito, pensi a una storia, a quella che viene chiamata trama? Non so. A me, a ben guardare, si forma nella mente un personaggio, che piano piano si arricchisce di caratteristiche. A quel punto, basta lasciarlo vivere sulla pagina, e il gioco è fatto.

E quindi, mi devo correggere: la struttura non è la storia, ma i protagonisti. Il resto ricopre la struttura, trasformandola in una casa. E poco importa se il risultato finale sia una villa, o una umile catapecchia: l’importante è scrivere.

Un altro modo di divertirsi

Due settimane fa ho un fatto cosa che pensavo che non avrei fatto in vita mia. Sai quelle cose destinate ad altri, per le quali non ti senti proprio tagliato, o per caratteristiche fisiche o caratteriali, o per tutto questo insieme?

Per me, per esempio, c’è stato sempre il tabù di apparire. Qualche hanno fa ho dato una bella scossa a questo castello di rigidità dedicandomi al teatro (che in realtà mi “chiamava” già da tempo, e intorno al quale giravo da anni senza rendermi conto), e scoprendo, all’improvviso, che poche cose sono più elettrizzanti, stimolanti e positive per l’ego di un palcoscenico e di un pubblico, e che in definitiva ci si sottopone a mesi e mesi di dove e di lavoro estenuante su di sé per quell’applauso finale del pubblico.

Passo successivo (quello di due settimane fa, appunto): posare per foto di moda. E anche questo lo ho fatto. Una amica che disegna e produce t-shirt strafighe mi ha proposto di posare indossando la nuova collezione. Dopo un momento iniziale di rigidità e imbarazzo, tutto ha cominciato a girare,  e ci siamo divertiti da matti. Un esempio del risultato è quello che vedete qui sotto.

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Tre o quattro cose che ho imparato sul crossfit (in un mese)

Ci sono finito per caso, in quella palestra, in un raro caso di serendipità: cercavo un posto, e sono finito in un altro. E caso vuole che abbia trovato la localizzazione della palestra così comoda rispetto agli altri miei impegni, che, dopo una lezione di prova, ho cancellato l’iscrizione alla vecchia palestra e mi sono iscritto lì.

Se digitate su internet la parola crossfit, e ancora meglio se la cercate su Youtube,  e vedete che cosa salta fuori, penserete che chi lo pratica debba essere un superman, o almeno a breve lo diventerà: corpi statuari, evoluzioni, una forza pazzesca. Lo ho pensato anche io, ma essendo tutt’altro che un superman, sia pure potenzialmente, ho sperato nella magnanimità degli istruttori e, appunto, mi sono iscritto.

Per farla breve, ecco che cosa ho capito dopo un mese di lezioni (a proposito, è estremamente divertente ed è adatto a tutte le età e a qualunque condizione fisica).

La fatica non ha limiti

Non importa quanto tu abbia corso in vita tua, o se sia stato un appassionato e serio frequentatore di palestre di fitness: sinché non provi il crossfit, non hai idea di quanto ti possa sentire stanco. Ed è un genere di stanchezza che prende tutto il corpo, anche parti che pensavi non sarebbero state minimamente coinvolte. Una stanchezza che riesce ad andare oltre la tua volontà di continuare: le braccia cedono, le gambe si piegano all’improvviso, quasi a tradimento. Ma scatta dentro di te qualcosa che ti fa rialzare; e continui.

Hai più energie di quanto pensi

Sembra impossibile, ma quando stai per mollare, quando ti sembra impossibile sollevare ancora una volta quella kettlebell pesante come un macigno, o piegarti ancora una volta in squat con quella maledetta palla medica, scatta qualcosa dentro di te che ti fa dire: e che cazzo. E fai un’altra ripetizione, e un’altra, e poi un’altra ancora. Sino a finire, o sino a cadere. E rialzarti.

Il sudore non finisce mai

Prima di fare crossfit non avevo idea di quanto si potesse arrivare a sudare. O meglio, ho provato esperienze simili da ragazzo, nel canottaggio, ma solo in casi o allenamenti particolari. Nel crossfit, invece, sudi in un modo che non pensavi umano. La frase: “ero tanto sudato che sembravo caduto in una vasca d’acqua” deve essere stata inventata pensando al crossfit.

Bisogna contare

Nel crossfit conti sempre: conti i minuti, conti le ripetizioni, conti le serie o i circuiti, conti i carichi, conti tutto. Sembra, a volte, che tu non faccia altro che contare. E contando impari il valore e il peso di un secondo di recupero in meno, o di un minuto di esercizi in più.

Combatti continuamente una gara con te stesso

Nel crossfit non ha senso competere con i tuoi compagni, anzi: molti allenamenti si fanno proprio in coppia, una coppia che lavora come un individuo unico, dividendo le ripetizioni da eseguire. Il tuo vero avversario sei tu: nel contrastare il tuo cedere alla fatica, e poi nel migliorare tempi, carichi, numero di ripetizioni al minuto. Una battaglia entusiasmante.