Due o tre cose (belle) che penso sugli autori esordienti e sui “piccoli” editori

Credo che sia importante, almeno una volta ogni tanto, leggere opere di autori italiani di quelli che vengono generalmente definiti “emergenti”, ovvero non ancora assurti all’Olimpo della letteratura che conta (spero che si colga la “sottile” ironia). In altre parole, autori che non hanno ancora una grande notorietà, ma che non per questo non meritano di avere una chance di raggiungerla.

Ogni tanto cerco di leggerne qualcuno, anche perché, è opportuno ricordarlo, leggendo un autore quasi sempre si dà una mano anche a una piccola casa editrice, ché in Italia essere pubblicato da uno dei maggiori editori potrebbe tranquillamente avere ispirato la canzone “Uno su mille ce la fa”, corretta però con “Uno su un milione”. Aiutare una piccola casa editrice, intendendo piccola rispetto ai grandi gruppi come Mondadori eccetera, non è un’opera da poco. Non va confuso con un gesto simile a dare una mano a qualcuno perché il suo giocattolo vada avanti. Non è una curiosità da riserva indiana. Per niente. Un piccolo editore che va avanti nonostante tutto e tutti, manda avanti una cosa che, se applicata alle specie animali e vegetali, si chiamerebbe biodiversità.

Dal poco che ho capito dell’editoria come lettore ho notato che le case editrici principali hanno poca voglia, o poco interesse, o poca attitudine, o poco queldiaminechevoletevoi a puntare su autori emergenti. Trovano più remunerativo e meno rischioso, che so, ristampare l’opera omnia di Umberto Eco (Bompiani), piuttosto che dire: ma sì, facciamo i pazzerelli, e diamola una mano ai più promettenti tra i Signor Nessuno. (Che poi, qualche volta magari lo fanno pure, ma sono più eccezioni che regole).

Il piccolo editore, invece, non può sicuramente ristampare Umberto Eco, non può pubblicare Gramellini o Camilleri, non ha accesso ai diritti in Italia dei grandi nomi stranieri. E allora, che fa, visto anche che i soldi sono pochi, e le falle da turare nella barca della casa editrice sono sempre decisamente di più? Cerca di spendere quei soldi oculatamente. Ovvero: punta sugli outsider di qualità. Come le squadre di calcio che cercano di dare spazio a giovani promettenti del vivaio, e pazienza se poi la Juventus glieli porterà via (ma magari ci guadagneranno un gruzzoletto, una volta tanto). E puntando su autori ancora poco conosciuti, si può permettere di seguire strade poco battute, non ancora ampiamente esplorate; consentendo a noi, spesso, di avere proprio delle belle sorprese.

Detto tutto questo, se vi è venuta voglia di leggere qualche autore di questi ma non sapete da chi cominciare, qualche idea voglio provare a darvela io; però, lo faccio partendo dallecase editrici. Io sono da anni un “fan” della NeoEdizioni. E loro, in quanto a originalità nelle scelte, non sono secondi a nessuno. Vi consiglio, in ordine sparso, per la narrativa: il mio conterraneo (anche se lui è di Sassari e io di Cagliari, e a volte può fare una grande differenza) Gianni Tetti e il suo “Mette pioggia”, Nicola Pezzoli con “Quattro soli a motore” e “Chiudi gli occhi e guarda”, Otello Marcacci e il suo “Gobbi come i Pirenei”, e il bellissimo “Il sale” di Jean-Baptiste Del Amo.

E poi c’è la poesia. Ora, scrivere poesia è una delle operazioni più pericolose e rischiose, e che possono essere scambiate per presunzione, quando va bene (quando va male, si può scadere nel ridicolo). Diciamocelo chiaramente: chi inizialmente non storcerebbe il naso, se gli proponessero un libro di poesie di uno sconosciuto? Vabbè, per fortuna ormai esattamente sconosciuta non è, Alessandra Racca. Comunque, ha pubblicato con NeoEdizioni due libri di poesie (almeno che sappia io): “Poesie antirughe”, e “L’amore non si cura con la citrosodina”. Leggeteli, perché uniscono alla fresca originalità una sottile autoironia che veramente riesce a strapparti non solo un sorriso, ma il genere di sorriso migliore, quello col retrogusto di lacrima.

Poi ci sono altri “piccoli” editori. Io cito Hacca (sperando che non mi citi lei in giudizio per averla definita piccola), e in particolare il romanzo “L’anno di vento e sabbia”, del cagliaritano Roberto Delogu. E poi ancora: Las Vegas edizioni, Quarup e il ritratto della follia contenuto nei bei romanzi di Gianni Zanata (“Non sto tanto male” e “Dettagli di un sorriso”); e tanti altri che vi invito a esplorare, e a scoprire.

Nota per aiutare a capire: ho citato solamente libri e autori dei quali ho diretta esperienza, ovvero che ho letto. L’elenco non può essere non dico esaustivo, ma nemmeno rappresentativo della categoria dell’autore emergente (!). 

Per chi suona la campana (a morto)

Chiude un’altra libreria. Non una libreria qualunque: la libreria di Patrizio Zurru, uno che ha contribuito a fare cultura, a Cagliari, e non solo diffusione di cultura vendendo libri, ma ha operato nel campo dell’editoria tramite la compartecipazione a un’agenzia editoriale di successo, ha organizzato eventi, portato autori, inventato di sana pianta manifestazioni nazionali come Letti di notte. Non voglio unirmi alle prefiche, non potrei esserlo e sarebbe certamente fuori luogo; però almeno questa volta dobbiamo riflettere.

Molti, alla notizia della chiusura di una libreria, parlano di lutto per la cultura, o cose così. In realtà, la chiusura di una libreria come questa, ovvero l’Officina dei libri, è molto altro. E’ soprattutto un altro passo verso la consacrazione di un mondo che, consapevoli o no, tutti noi abbiamo contribuito a creare, è un’altra spia dei tempi che viviamo, è, piaccia o non piaccia, un’altra lapide nel cimitero dell’economia, quella fatta innanzitutto di persone ancor prima che di grandi capitali.

Decenni fa abbiamo pensato di avere benefici economici immediati (leggi prezzi più bassi)  nell’abbandonare i piccoli negozi per acquistare nei grandi centri commerciali. Abbiamo preferito un uovo di quaglia oggi a un tacchino domani. Abbiamo scelto di seguire un modello che ci ha portato, sicuramente a pagare meno ciò che acquistiamo, ma nel tempo ad avere molti meno soldi per comprarlo. Sì, meno soldi: perché abbiamo contribuito ad affondare tutto quel tessuto commerciale che produceva ricchezza per tante persone, e che oggi in buona parte non esiste più.

Certo, è sacrosanto che i commercianti ci hanno messo del loro, nei decenni di vacche grasse, ma nel fare di tutta l’erba un fascio, assaltando il forno della grande distribuzione come un atto di rivoluzione, abbiamo anche rinunciato all’utile piacere svolto dai commercianti seri, quelli preparati, appassionati dell’oggetto del proprio lavoro. Abbiamo deciso che avere qualcuno che ti consiglia, ti aiuta, fa da mediatore tra la merce in vendita e il tuo gusto, le tue necessità, era superfluo. Abbiamo stabilito che è meglio fare venti minuti in auto, infilarsi, dopo aver lottato per il parcheggio, in un centro commerciale iper riscaldato e chiassoso, entrare in un qualunque punto vendita con sede legale a Hong Kong, senza alcuna attinenza col territorio, comprare qualunque cosa pagandola meno portasse automaticamente più vantaggi, nel tempo, di fare quattro passi in centro, entrare nel negozio di sempre, chiacchierare con il proprietario ascoltando i suoi consigli, prendere un caffè, e tornare a casa. Abbiamo preferito l’altro modello, e ora, inevitabilmente, ci stiamo impoverendo sempre di più.

Nel caso delle librerie, tutto questo è amplificato, enfatizzato. Perché i libri sono degli oggetti assolutamente particolari. Immaginate di dover acquistare il DVD di un film, e di vivere in un mondo dove non si fa pubblicità dei film, quindi non avete idea di che cosa vi aspetta se non quanto può garantirvi il nome del regista o degli interpreti. Andate in un grande negozio di DVD e vi trovate davanti a migliaia di titoli. Volete tornare a casa con un film, e se non c’è nessuno in grado di consigliarvi ve la potete sempre cavare comprando qualcosa dell’attore del momento, o del regista che ha vinto un Oscar. Ma magari vorreste guardare un film di un autore che non conoscete, vorreste per esempio avvicinarvi al cinema tedesco del secondo dopoguerra ma non sapete da che titolo cominciare. Che fate? A chi chiedete? Vi voglio vedere.

Per le librerie è esattamente così. Scaffali e scaffali stracolmi di libri, e voi lì, a chiedervi che cosa acquistare. Certo, se siete lettori abituali riuscite a muovervi bene, e sicuramente tornate a casa con qualcosa di vostro gradimento. Ma se per caso voleste scoprire qualche autore che non avete mai letto, cambiare decisamente genere, se per esempio avete letto quasi sempre autori americani o europei, e invece vi interessa conoscere qualche autore sudamericano, che fate? La lotteria?

Arrivando al punto, ciò che giustifica l’esistenza dei librai indipendenti, ovvero quelli che io definisco “veri”, è l’opera di mediazione culturale e informativa che svolgono, che consente di ampliare i propri orizzonti. Librai che sono innanzitutto dei lettori. Librai che prima ancora di vendervi un libro discutono con voi di letteratura. Questo è un piacere legittimo, per chi ama la lettura e la letteratura, e oggi, purtroppo, sta diventando innanzitutto un privilegio, una rarità. Oggi piangiamo tutti insieme, spalla a spalla, sui social network, la chiusura di una libreria che prima ancora che una “rivendita di libri” è stata soprattutto un polo di scambio culturale, un luogo di confronto e di apprendimento, un punto di ritrovo per appassionati. Lo facciamo con in mano il sacchetto della Feltrinelli, o della Mondadori, o dopo aver confermato l’ordine di libri su Amazon. Lo facciamo piangendo calde, abbondanti, inarrestabili lacrime di coccodrillo.

I 110 anni di un artista straordinariamente attuale

Il 25 agosto di 110 anni fa nasceva Geroge Orwell, uno dei più grandi scrittori “distopici” che la nostra storia recente ricordi. La sua grandezza deriva non solo dalla bravura nel raccontare storie, ma soprattutto dalla capacità di prevedere un futuro agghiacciante dove la individualità e la unicità dell’uomo comune sarebbero diventati secondari rispetto a qualunque interesse di potere.

Scrisse dieci romanzi e decine di saggi, incentrati sul rapporto tra uomo e società, tra uomo e libertà, e di strenua battaglia contro ogni totalitarismo; per questo è etichettato come scrittore “di sinistra”, anche se non risparmiò critiche dure pure ai socialisti.

Le sue opere più note sono La fattoria degli animali, ritratto di una società costituita dagli animali della fattoria dove chi comanda esibisce arrogantemente la prepotenza del potere e ispirata al modello sovietico, e 1984, che raffigura un mondo futuro dominato dal Grande Fratello, un’entità che controlla istante per istante la vita dei cittadini del suo Stato limitandone ogni libertà.

La forza della voce di Orwell è più attuale che mai, soprattutto in tempi come i nostri che come tutti i periodi di crisi vedono approfondirsi il divario tra le classi dominanti e la gente comune. Le sue immagini, le sue frasi sono diventate immortali. Ne cito solo alcune, che tuttora fanno riflettere:

 

“Nel tempo dell’inganno dire la verità è un atto rivoluzionario.”

 “La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire.”

 “Così come per la religione cristiana, anche per il socialismo la peggior pubblicità sono i suoi seguaci.”

Le presentazioni di libri più belle (o almeno quelle che mi piacciono)

ImmagineGiorni fa ho assistito alla presentazione di un libro (non è importante ora quale sia il libro e chi l’abbia scritto). L’autore era seduto a fianco all’intervistatrice con espressione compresa nel ruolo, braccia conserte e gambe incrociate, mentre gli venivano rivolte soprattutto domande incentrate sul suo “processo creativo”. L’autore rispondeva con estrema serietà, come se riportasse al Congresso degli Stati Uniti sull’esecuzione di una missione delicata e difficile, che nessun altro avrebbe potuto compiere. E del libro? Si parlava poco o niente, era sempre in secondo piano rispetto all’ “artista”. Una seriosità, una supponenza, un distacco che ho trovato veramente inaccettabile (e quel libro non lo leggerò mai).

Non è la prima volta che mi capitano presentazioni del genere, purtroppo. Sembra di assistere alla celebrazione del più grande uomo sulla terra, tanto che se non fosse che l’autore è lì penseresti che sia una commemorazione funebre.

Per contrasto ho ripensato a presentazioni gioiose e allegre come quelle, per esempio, di Gianni Zanata, o di Flavio Soriga, o Alessandra Racca (ma potrei citare tantissimi altri). Presentazioni che sono un piccolo spettacolo, una festa, con musica, intervento di tante persone anche del pubblico, lettura di brani del libro. E ho provato a definire come deve e non deve essere secondo me una presentazione per dirsi riuscita.

1. Brevità. Se dura più di un’ora, difficilmente si riuscirà a non ripetersi o a non cadere nel banale. Un’ora mi sembra la taglia massima (naturalmente dipende anche da come la presentazione viene portata avanti: se chi sta sul palco è veramente brillante e capace di intrattenere, si può continuare anche per più tempo).

2. Lettura. Più che presentazione dev’essere un reading, e il libro dev’essere al centro dell’evento. L’autore in quel contesto deve scivolare in secondo piano. Le letture dovrebbero essere scelte in modo da appassionare e far venire voglia di leggere il seguito, non da mostrare “quanto sono stato bravo”. Amo particolarmente, poi, le letture a più voci, ovvero con persone diverse che interpretano i vari personaggi.

3. Musica. La musica deve accompagnare, e magari inframmezzare le letture e gli interventi. Serve a distendere, sdrammatizzare, divertire. Comunicare.

4. Sorrisi. Tanti, tanti sorrisi. Battute, gioia. Leggere è un piacere, e la nascita di un nuovo libro va festeggiata come quella di un bambino.

5. Ambientazione. Questo punto mi è stato suggerito dal commento di Solomon Xeno qui sotto. L’ambientazione è molto importante. Eviterei luoghi troppo impegnativi come biblioteche o simili, mentre credo che siano più adatti i piccoli caffé oppure spazi all’aperto come giardini pubblici ecc. Anche qui tutto dipende dall’opera che viene presentata e dallo “stile” del’autore.

In conclusione, sì a tutto quanto possa rendere la serata leggera e divertente, no invece alla seriosità e al trattare la letteratura come qualcosa di sacro e non, invece, come un’amica divertente e magari anche un po’ di bocca buona.

Tra poche ore ritorna “Letti di notte”. Ecco come se ne parla

“Letti di notte”: il momento è arrivato. A partire dalle 20,00÷21,00 in circa duecento librerie sparse in tutta Italia e all’Estero si terrà quella che è stata definita “la notte bianca dei libri”. A poche ore dall’inizio dell’evento, aspettiamo guardando come se ne sta occupando la stampa nazionale e regionale.

 

La Repubblica

http://video.repubblica.it/edizione/milano/letti-di-notte-un-solstizio-sotto-il-segno-dei-libri/132648/131168

L’Unità

http://precarity-fair.com.unita.it/lavoro/2013/06/20/letti-di-notte-notte-bianca-delle-librerie-indipendenti/

Ravenna Today

http://www.ravennatoday.it/eventi/cultura/letti-di-notte-bianca-libro-ravenna-libreria-liberamente-21-giugno-2013.html

Il Lametino

http://www.lametino.it/Cultura/calabria-letti-di-notte-tappa-calabrese-a-san-marco-argentano.html

Panorama

http://cultura.panorama.it/libri/letti-notte-librerie-libri

Pisa Informa

http://www.pisainformaflash.it/notizie/dettaglio.html?nId=14335

Blog “Ho un libro in testa”

http://hounlibrointesta.glamour.it/2013/06/19/letti-di-notte-3-come-iniziato-tutto/

 

Ritorna “Letti di notte”. Il 21 giugno

ImmagineNon prendete impegni, per venerdì 21 giugno. Non prendete impegni perché torna una manifestazione che è divertente come una serata tra vecchi amici, originale come un dandy e stimolante come un’anfetamina, ma anche intrigante come Mata Hari e suadente come il canto delle sirene omeriche.

Vabbè, forse mi sono lasciato un po’ prendere la mano, credi di avere esagerato. Comunque aspettatevi una serata e una nottata veramente particolari: dalla sera sino alle prime ore del mattino seguente si leggerà, si parlerà di libri, si giocherà, si incontreranno autori e librai (e naturalmente lettori), si parlerà di libri. Non avete scuse per non partecipare, dunque; anche perché aderiscono librerie sparse in tutte le regioni italiane, dalle Alpi alle Piramidi. Beh, alle Piramidi forse no, ma comunque sino alla Sicilia, ecco. E poi anche varie librerie all’Estero. E naturalmente ci saranno scrittori, anche per bambini. Sì, perché una delle connotazioni di questo evento è di essere adatto a tutti, dagli anni tre ai centotre.

Io ci parteciperò passando la notte alla libreria Piazza Repubblica Libri, nel corso Vittorio Emanuele a Cagliari. Qui aspettiamo Nicola Brunialti.

Se volete saperne di più, Letti di Notte è su Facebook e su Twitter, e ulteriori dettagli li trovate qui. Io ci sarò. E voi? Ci vediamo il 21.

In Italia si legge (e si pubblica) sempre meno. Rassegnarsi?

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Dire che gli ultimi dati ISTAT sul mondo dell’editoria italiana non sono certo confortanti non rende l’idea di questa sorta di Caporetto culturale del nostro Paese.

Il primo dato è quello sui lettori: più del 50% (esattamente il 54%) delle persone dai 6 anni in su non legge nemmeno un libro all’anno. Nemmeno uno.

Il dato è quasi incredibile, nella sua enormità. eppure è realtà. Come è realtà anche il fatto che il 10% delle famiglie non ha in casa nemmeno un libro.

Entrando un po’ più nel dettaglio, troviamo che le donne leggono più degli uomini: nel corso dello scorso anno il 51,9% della popolazione femminile ha letto almeno un libro, rispetto al 39,7% di quella maschile. La differenza di comportamento fra i generi comincia a manifestarsi già a partire dagli 11 anni e tende a ridursi solo dopo i 75.

Il principale “imputato”, secondo gli editori intervistati, è la scuola. La nostra scuola ha sicuramente tante responsabilità, ma forse dovremmo smetterla di indicarla sempre e solo come responsabile di tutto ciò che di peggio c’è nel nostro Paese, dall’ignoranza al bullismo a, magari, gli ultrà negli stadi. Forse dovremmo guardarci un po’ di più in casa nostra, se è vero che la percentuale di bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni che leggono e hanno i genitori entrambi lettori è di oltre il 77%, mentre scende al 39% se i genitori non leggono.

Che fare? Hanno voglia, con un panorama come questo, a a inventarsi strategie di diversificazione, gli editori: qui ci vuole uno sforzo comune che tiri dentro anche lo Stato, un qualcosa di veramente energico e innovativo che consenta di invertire la tendenza, o almeno di rallentare il declino. Ci vogliono iniziative che avvicinino i giovani alla lettura, li appassionino, creino buone consutudini di lettore, facciano assaporare la magia di un buon testo. Iniziative come per esempio “Nati per leggere”, che alcuni Comuni hanno portato e portano avanti e che consistono in letture ai ragazzi di racconti o fiabe, in modo da appassionarli alla lettura. Sono iniziative importanti, che però hanno bisogno di essere sostenute e affiancate da altre iniziative, entrino a far parte di un “tessuto” di momenti culturali analoghi. Leggere deve diventare facile, alla portata di tutti, appetibile. Bisogna davvero fare qualcosa.

Il testo completo con tutti i dati lo trovate qui: http://www.istat.it/it/archivio/90222

Dipingere con le parole

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Descrizioni, descrizioni, descrizioni.. Ma come si fa a descrivere un paesaggio, un luogo, una persona senza finire per mettere giù un elenco di dettagli, di aggettivi? Rovesciando il concetto di descrizione, secondo me.

Se doveste descrivere a un amico un vostro nipotino che ha la caratteristica di essere scatenato, di combinarne di tutti i colori, difficilmente vi focalizzereste sul colore dei capelli o degli occhi, oppure sul suo modo di parlare. Molto probabilmente mettereste in evidenza le sue caratteristiche legate in qualche modo (o direttamente o per contrasto) a quella principale. Per esempio, direste: è alto così, tuttavia riesce ad arrampicarsi dappertutto, lo sgridi ma sorride sempre, eccetera. Non credo che direste: ha i capelli biondi e calza già 33.

Continua a leggere “Dipingere con le parole”

Inganni a fin di bene

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Il lettore va un po’ preso in giro, ingannato. Veramente. Bisogna farlo per il suo bene, per rendergli la lettura interessante, appassionante. Se il racconto procede in modo lineare, e tutto viene spiegato chiaramente e con ordine, il lettore viene messo a parte di una storia, ma difficilmente riuscirà ad appassionarvisi, a vivere dentro quel mondo e con quei personaggi. I protagonisti saranno immagini filiformi disegnate dal contorno di inchiostro delle lettere, non riusciranno a uscire dalla pagina. In definitiva, lo scrittore non sarà riuscito a  tradurre il proprio “sogno” in parole, e le parole non saranno adeguate a far vivere lo stesso sogno al lettore.

Per far capire che cosa intendo, voglio utilizzare un grandissimo scrittore, Mmurakami., e il suo “L’uccello che girava le viti del mondo”. Ecco come Murakami gioca con il lettore sin dalla prima pagina. Sono proprio le prime righe, l’attacco.

 Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano La gazza ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando.

Visto il “trucco” narrativo? E’ proprio la struttura. Lo squillo del telefono è un nucleo, è il fuoco della fotografia, e intorno sono sistemate, a strati, le parole. Il protagonista sta cucinando della pasta, sta per pranzare o cenare. Poi un ulteriore strato: si tratta di spaghetti, e c’è della musica, Rossini. Un amante dell’Italia, della lirica, evidentemente. Uno svolgimento lineare invece sarebbe stato qualcosa come: “Stavo preparandomi degli spaghetti. Accesi la radio e la sintonizzai su un stazione che trasmetteva Rossini, che amavo particolarmente. Ad un certo punto squillò il telefono”. Estremamente banale, no? Andiamo avanti.

Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuova proposta di lavoro.

Quindi è disoccupato, sta cercando un lavoro. Si “rassegna ad abbassare il fuoco”, non c’è bisogno di aggiungere qualcosa come “sbuffando” o “lamentandomi”: è tutto in quel rassegnarsi, c’è un atteggiamento, quasi un approccio alla vita. Poi va avanti, risponde al telefono.

– Vorrei dieci minuti del tuo tempo – disse senza preamboli una voce di donna..

Io sono piuttosto bravo a riconoscere le persone dalla voce, quella lì però non l’avevo mai sentita.

– Scusi, con chi desidera parlare? – chiesi educatamente. […] Sporsi la testa oltre la porta a guardare in cucina: dalla pentola si alzava bianco vapore, Abbado continuava a dirigere la Gazza Ladra.

 La preoccupazione per gli spaghetti sul fuoco è tutta in quello sporgersi attraverso la porta della cucina. A questo punto il lettore è inchiodato alla storia, la sta osservando dal di dentro. E arriva la sorpresa definitiva.

 – Scusi, ma ho gli spaghetti sul fuoco, non potrebbe chiamare più tardi?

– Spaghetti? – fece lei in tono sconcertato. – Spaghetti alle dieci e mezzo del mattino?

Immaginate come tutto sarebbe stato diverso se questa informazione, che sorprende e precipita il lettore nella storia in modo definitivo, fosse stata data da subito: “Erano le dieci e mezzo del mattino. Mi stavo preparando degli spaghetti. Sintonizzai la radio su una stazione che trasmetteva Rossini che ho sempre amato, quando squillò il telefono”. Più banale di così…

Invece, Murakami rovescia tutta la logica della narrazione. Mantiene l’informazione più importante e interessante per ultima, la tira fuori dal cilindro all’improvviso, proprio quando crediamo di avere inquadrato la scena. Inganna il lettore, certo: ma come dicevo in apertura, lo fa a fin di bene.