L’unicità della vita quotidiana: Richard Ford e "Lo stato delle cose"

Richard Ford è uno degli autori che preferisco, per mille motivi legati alla sua originalissima scrittura. Non mi sono stupito, quindi, quando iniziando a leggere il suo “Lo stato delle cose” lo ho trovato da subito quello che la lettura completa ha confermato: è un romanzo straordinario.

Non dico qualcosa di nuovo e sorprendente affermando che Richard Ford è uno dei maggiori scrittori americani viventi; e il suo Pulitzer e il Faulkner Award per “Il giorno dell’Indipendenza” lo confermano, se anche ce ne fosse stato bisogno.
Detto questo, ecco perché considero “Lo stato delle cose” uno dei migliori romanzi che io abbia mai letto, naturalmente per il mio gusto personale (anche se sono in abbondante e rappresentativa compagnia).
Innanzitutto, scrive in prima persona. Questa è una scelta che non approvo automaticamente, in un romanzo, in quanto la scrittura in prima persona nasconde infinite insidie e trabocchetti. A fianco a una potenziale energia espressiva che la scrittura in terza persona difficilmente riesce a raggiungere, si nasconde il rischio concreto del banale e dello sciatto, la difficoltà a tradurre i pensieri in azioni, il pericolo di cadere nell’orgia di pensieri banali e autoreferenziali (dal punto di vista del protagonista, naturalmente), con un “info dumping” di sentimenti provati e vissuti. Insomma, per intenderci paccottiglia come: “Improvvisamente mi sentii sommerso dalle emozioni. Avvertivo come mille correnti che si inseguivano nel mio corpo, ondate di calore emotivo che concentravano tutta l’energia, sino a quel momento sopita, nel mio cervello, dandomi all’improvviso una visione chiara. In un istante tutti i pezzi del puzzle sembrarono andare al loro posto, il quadro si compose, e tutto dentro di me divenne evidente e sensato”.

Ecco, se temete qualche cosa di questo genere, rilassatevi: con Richard Ford è tutta una (meravigliosa) altra storia. Certo, in lui le riflessioni scorrono come fiumi: il protagonista, Frank Bascombe (agente immobiliare al secondo matrimonio, già protagonista di “Il giorno dell’indipendenza” e del precedente “Sportswriter”), ha una vita interiore, per così dire, veramente attiva. Ha 55 anni, un matrimonio alle spalle, appunto, due figli lontani non solo geograficamente coi quali non riesce a costruire un rapporto, un terzo figlio morto in tenera età, una seconda moglie che forse lo ha lasciato, e ha da poco scoperto di avere un tumore. E comincia, o meglio in realtà continua, a fare i conti con sé stesso, e con le prospettive della sua vita futura. E’ un uomo che non fa altro che cercare il senso della vita, anche se spesso sembra voler negare a sé stesso che la vita abbia per forza un senso, o che per lo meno abbia significato cercarlo. Ebbene, tutto questo fermento interiore è reso in un modo così sottile, così autentico e credibile, da dare a chi legge l’illusione di vivere realmente dentro di lui, anzi, di più: di essere lui. Non me ne voglia nessuno, ma per quanto ho visto io, da Virginia Woolf un tale effetto e a questi livelli lo avevo trovato molto raramente in un autore.
Però non è questo il solo elemento di originalità, l’unico punto di forza della scrittura di Ford. Perché, per esempio, ha una capacità unica di portare che legge avanti e indietro nel tempo della storia, proprio come farebbe chi cerca di “raccontare” i propri pensieri, inseguendo i mille agganci e riferimenti e richiami che una mente complessa vede quando si ferma a riflettere, a pensare. In realtà, la vicenda si svolge in una settimana o meno in attesa della festa del Ringraziamento, ma questo “vagare” nelle vicende della vita di Bascombe è così ampio e presente da dare l’impressione di viverla interamente, quella stessa vita.
E’ la storia autoraccontata di un uomo semplice e comune, in definitiva. Ma questa semplicità non deriva mai nel quotidiano, nel banale: ha sempre un lampo di originalità, di specificità, come a modo suo è originale e specifico ciascuno di noi. Richard Ford sa cogliere questo barlume di unicità, e lo sa rendere. Qui, e forse soprattutto, sta la sua vera grandezza.

Racconti così, quasi quasi neanche Carver

Prendete l’America, e intendo la provincia americana, con villette a schiera e cittadine simili tra loro nate lungo la ferrovia, e campagne e colline e poi montagne a perdersi sino a oltre l’orizzonte, con i vecchi fili del telegrafo che tagliano la campagna come rughe e i bar-tavola calda ai crocicchi delle strade con nient’altro intorno che solitudine. Prendete della gente comune, che tenta, ognuno nel proprio modo, di trovare una strada, un modo di galleggiare, di sopravvivere. Legate queste persone con storie che parlano di piccole vicende quotidiane, di gesti insignificanti, di espressioni di volti rugosi e segnati dalla vita, con un linguaggio fatto di parole semplici legate insieme da infiniti dettagli linguistici.

Vi ricorda qualcuno? A me, questo Rock Springs di Richard Ford ha già dopo poche pagine richiamato alla mente quel mondo di gente comune descritto da Raymond Carver.

Richard Ford lo conosco abbastanza bene. E meno male, visto che è considerato uno dei maggiori scrittori americani contemporanei. Dopo aver divorato tanti anni fa L’eterna fortuna, lo scorso anno ho letto lo straordinario Il Giorno dell’Indipendenza, del quale ho anche parlato in passato. Ma questo Rock Springs a mio avviso ha quella che si dice una marcia in più. I racconti (dieci in tutto) sono delle piccole perle per la freschezza, la vividezza della narrazione, l’utilizzo delle parole come puntini impressionisti su una tela.
Se dovessi sceglierne due o tre da consigliarvi subito, avrei delle grosse difficoltà. Sicuramente però raccomando innanzitutto Impero. Nel tempo limitato di un breve viaggio in treno, Ford riesce a mettere insieme, a pennellate rapide, la storia della vita di una coppia e delle loro famiglie, infila un tradimento e tutti i dubbi e le difficoltà che si incontrano nella vita matrimoniale.
Un altro dei  miei preferiti è Ottimisti, racconto drammatico della fine forzata dell’infanzia per un ragazzo, e della rottura definitiva con i propri genitori.
Infine, voglio menzionare il racconto che dà il titolo al libro, ovvero Rock Springs. E’ la storia di una coppia in fuga su un’auto rubata insieme alla figlia di lui, che finisce con la separazione tra i due.
In comune, tutti i racconti hanno la caratteristica di fermarsi su uno scampolo di vita, su poche ore o giorni ai quali si attaccano come a una calamita i ricordi, e ciò che è successo prima e ciò che è successo dopo, con una conclusione sempre venata di fievole speranza, di una idea di ottimismo. E tutto questo, con un’abilità e un’emozione che non fa rimpiangere Carver.