Revolutionary Road di Richard Yates: che cos’altro ci vuole per fare un capolavoro?

Scrivere di Revolutionary Road di Richard Yates oltre cinquant’anni dopo la sua prima edizione, e pensare che ci possano essere persone che ancora in questo lasso di tempo non l’hanno letto (come ero d’altronde io sino a una settimana fa) sembra incredibile, come dice Richard Ford nella bella prefazione all’edizione di Minimum Fax del 2001 (il libro uscì negli Stati Uniti nel 1961); e sembra incredibile perché questo romanzo ha ispirato generazioni intere di scrittori, da Raymond Carver allo stesso Richard Ford.
Il romanzo racconta di una tipica famiglia americana, i Wheeler. Sono giovani, passabilmente belli, hanno due bambini (un maschietto e una femminuccia), e lui, Frank, lavora in un ufficio di una grande azienda a New York, che raggiunge ogni mattina in treno dopo essersi recato alla stazione sulla sua vecchia Ford destinata allo scopo, mentre April lo attende pensando alla casa e ai figli. Vivono a Revolutionary Hill, un quartiere residenziale di villette abitate da famiglie simili alla loro, con le quali intessono relazioni di buon vicinato e qualche volta di amicizia.
Ma in realtà, i Wheeler sono dei mediocri.

E’ mediocre April, la moglie, che ha alle spalle sogni di attrice invece destinati al fallimento anche nella recita amatoriale con la quale si apre il libro; ed è un mediocre anche Frank, che nonostante le sue ambizioni letterarie ha accettato anni prima il posto nella stessa azienda dove ha lavorato suo padre quasi come sfida, come ripiego, e alla fine si è lasciato assorbire dalla routine, adattandovisi. Nel corso del libro, il loro rapporto per una serie di motivi andrà sempre più deteriorandosi, sino a un drammatico finale.

Non è semplice definire Revolutionary Road senza dire cose già dette, e ancor meno provare a incasellarlo in qualcosa, un genere, una definizione, una categoria. Quel che è certo, è che è un romanzo eversivo. Sì, proprio così: eversivo. Perché, nel 1961, era una forma di eversione mettere in discussione in modo così netto e pesante, così impietoso tutto un modo di vivere sul quale si basavano i principi di una nazione. Questo libro mette in discussione l’ideale della famiglia perfetta e felice, con la casetta nei sobborghi e l’impiego a vita in una grande azienda americana, le scampagnate la domenica e l’agognata pensione. Punta lo sguardo sull’ipocrisia di quello stile di vita, dicendo cose che nessuno voleva sentirsi dire, a quei tempi, cose che facevano sentire la classe media un insieme di babbei meschinamente borghesi e falsamente felici, che evitavano di pensare per non rendersi conto della propria meschina condizione. Fruga nelle ferite lasciate dalla Guerra mondiale, con il loro pesante fardello di ricordi e di dolore, e in definitiva accusa il “sistema” di falsità e di artificiosità ad arte, come in un generalizzato e generale Truman Show. Il risultato è un romanzo forte, duro, dirompente, scortese, ruvido, scomodo. E purtroppo è un romanzo ancora attuale nonostante gli oltre cinquant’anni passati dalla sua pubblicazione, attuale perché ancora oggi ci porta a interrogarci sulle nostre reali aspirazioni, ma anche su quanto esse siano sostenute da reali qualità o siano invece velleitarie, e ci porta a pensare con rammarico e dolore ai nostri sogni traditi, alla nostra gioventù gettata alle ortiche.
Richard Yates, nato nel 1926 e morto di enfisema polmonare nel 1992, è considerato uno dei maggiori e più sottovalutati scrittori americani del ‘900. Ispiratore di autori come Carver, è stato spesso accostato tra gli altri a Salinger e Cheever. Oltre a Revolutionary Road ha scritto varie opere tra cui Easter Parade, Gli inquilini, Cold Spring Harbor e i racconti Undici solitudini. Da Revolutionary Road nel 2008 è stato tratto un in film interpretato da Leonardo di Caprio e Kate Winslet.

Può crearsi un "feeling" lettore-editore?

Mi sono domandato spesso se e quanto incida sulle scelte dei libri il fatto che siano stati pubblicati da una casa editrice invece che da un'altra. In altre parole, abbiamo predisposizioni d'animo differenti quando prendiamo in mano libri delle diverse case editrici, oppure ogni libro è "valutato" allo stesso modo sotto l'aspetto dell'acquistabilità sia che appartenga a una collana di Einaudi che a una di ISBN o di un piccolissimo editore semi sconosciuto?

Da tempo ho notato che i libri che conservo in pile ordinate in funzione dell'anno nel quale li ho letti sono stati pubblicati, in definitiva, più o meno da poche case editrici.

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