Diventare scrittori? Ecco i 5 ingredienti base

Scrivere è difficile, scrivere bene lo è ancora di più. E diventare scrittori, cioè essere pubblicati da case editrici serie e acquisire un minimo di notorietà, è impresa quasi disperata (per non parlare del vivere di scrittura).
Ma si può “diventare scrittori”, o bisogna nascerci?
Sicuramente il talento è necessario, però bisogna anche riuscire a farlo venire alla luce, e allenarlo e alimentarlo in mdo che possa crescere e definirsi. E per questo, a mio avviso, ci sono delle cose che bisogna fare, anche se purtroppo non danno alcuna garanzia di successo. Ecco di seguito quelle che per me sono basilari.

1. Leggere
Sì, proprio così: per imparare a scrivere bene bisogna leggere. Non credo nello scrittore autoreferenziale  chiuso sul proprio ombelico che, preso dal sacro fuoco, butta giù fiumi di parole e legge solo i propri scritti. Perché leggere è importantissimo, serve a crearsi un proprio stile, ad aprirsi la mente, ad apprendere le tecniche narrative. Potete immaginare un compositore di musica che non ascolta musica? E in quanto al genere di letteratura, leggere un po’ di tutto, cercando di capire che cosa ci piace di un romanzo e che cosa invece non ci piace, non solo come argomento ma soprattutto nello stile narrativo. Sontandolo nei componenti essenziali per capirne i meccanismi.
2. Scrivere
Però non si può solo leggere per migliorarsi: ad un certo punto bisogn pur buttarsi, no? ovvero scrivere. Non aver paura del risultato e della qualità di ciò che si scrive, riempire le pagine inseguendo i propri pensieri. Essere regolari e testardi, non arrendersi davanti allo schermo bianco che proprio non si vuole riempire, al blocco creativo del cervello. Scrivere purché sia. E’ come allenarsi alla maratona iniziando da piccole corsette, magari da passeggiate senza meta. Serve sempre.
3. Osare
Bisogna avere il coraggio di abbandonare le strade battute, la comoda via del cliché, l’ovvio e il banale. Molto più proficuo, invece, sperimentare: nella struttura narrativa, nello stile, nei personaggi. Ribaltare i punti di vista della narrazione. Provare parole nuove, cambiare ritmo, seguire l’estro. Improvvisare.
4. Essere inflessibili con sè stessi
Se si vuole migliorare, bisogna essere molto critici nei confronti del proprio lavoro. Ogni passaggio, ogni parola devono essere messi in discussione, soprattutto quelli che più ci piacciono (magari però senza arrivare agli estremi di Hemingway che diceva che se un periodo ti piace devi cancellarlo senza pietà). Non accontentarsi mai. Non pensare mai di saper scrivere, di essere bravi, di essere arrivati. Invece, flagellarsi, se occorre, cercando sempre di meglio, sempre di più.
5. Essere caparbi e metodici
La scrittura va alimentata con regolarità. Se possibile, ritagliarsi un momento della giornata, o della settimana, o di quel che volete voi da dedicare alla scrittura, agli appunti, al “cazzeggio” letterario, magari. Ma ritagliarlo. Prendere l’impegno e portarlo avanti. Piuttosto che impiegare molto tempo leggendo manuali di scrittura, destinate una parte di quel tempo a scrivere, e via.
Ci sono libri sulla scrittura creativa e sul mestiere di scrittore che hanno il pregio principale di far venire la voglia di scrivere. Ne segnalo uno su tutti: Il mestiere dello scrittore di John Gardner (che fu maestro di Carver, vabbè, lo sanno tutti).

La routine degli scrittori

Siamo generalmente portati a pensare che gli scrittori di successo, quelli più noti e apprezzati, seguano delle regole quasi magiche, abbiano dei riti o delle abitudini relativamente al loro lavoro.
Ebbene, per molti è così. Anche se correttamente più che di riti si dovrebbe parlare di disciplina. Sì, perché i film e la letteratura ci avranno anche restituito un’immagine romantica dello scrittore completamente fuori da schemi e regole, solo impegnato a cavalcare l’ispirazione, che, come per l’Araba Fenice, che vi sia ognun lo dice e dove sia nessun lo sa; però in realtà scrivere è un mestiere, e richiede regolarità e disciplina.

Non tutti, veramente, seguono delle routine vere e proprie, magari perché non ne hanno bisogno. Per esempio, Ray Bradbury diceva:

Ogni giorno siedo alla macchina da scrivere; ho cominciato quando avevo dodici anni, e per questo non ho mai avuto necessità di fare programmi. Sembra sempre che qualche cosa nuova stia esplodendo dentro di me, voglia venire fuori, ed è questo a dettarmi i tempi. Mi dice: siediti alla macchina da scrivere subito e non alzarti finché non hai finito.

Niente di particolare, quindi. un semplice seguire l’impulso interiore a scrivere. Tutto il contrario di Jack Kerouack, che invece i suoi rituali superstiziosi li aveva, eccome.
Avevo un rituale, un tempo: accendere una candela e scrivere alla sua luce, e spegnerla al momento di andare a dormire. E mi inginocchiavo e pregavo prima di iniziare. La mia superstizione? Sto cominciando a sospettare che sia la luna piena. E poi, sono ossessionato dal numero nove, anche se essendo un Pesci il numero dovrebbe essere il sette. Per esempio, cerco di fare nove “tocchi” al giorno stando in bagno sulla testa e toccando il pavimento nove volte con le dita dei piedi.

Ernest Hemingway, invece, era metodico, e seguiva lo svolgersi del testo e il rapporto che aveva con lui, con orari come se andasse in ufficio.
Quando lavoro su un libro o una storia scrivo ogni mattina appena fa luce. Non c’è nessuno che ti disturbi ed è fresco o freddo a tu cominci il lavoro e ti scaldi a mano a mano che scrivi. Scrivo sin quando ancora ho forze e arrivo a un punto che so che cosa accadrà dopo, quindi mi fermo e cerco di vivere sino al giorno dopo, quando ricomincerò. Diciamo che magari comincio alle sei e tiro avanti sino a mezzogiorno, più o meno. Quando mi fermo devo essere svuotato ma contemporaneamente soddisfatto, come dopo aver fatto l’amore con la persona amata. A quel punto, niente ti può toccare, niente ha significato eccetto la giornata seguente quando ricomincerai a scrivere.

E voi? Seguite una routine, avete delle superstizioni?