Saluti da Atene 

In vacanza nella capitale greca per qualche giorno,  ne approfitto per leggere un po’ di più,  e con più libertà e “ispirazione “.

Da leggere,  ho scelto “Stoner”, di John E. Williams, scritto se non sbaglio verso il 1965 ma arrivato in Italia solo qualche anno fa; un libro di cui si è parlato così tanto da noi, nei mesi dopo l’uscita, da far passare la voglia di leggerlo. Devo dire che invece è veramente buono. Mi ricorda la complessità introspettiva di autori come John Irving o Richard Ford.

Bene, ora riprendo a leggere, e a visitare la città.

Saluti da Atene.

 

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Tre libri dell’ultimo momento da infilare in valigia

Siete pronti per partire, e non sapete ancora che cosa leggere in questi giorni di svago e riposo? Non volete appesantirvi troppo con letture impegnative, ma d’altra parte i soliti best seller di grido non vi attirano minimamente? Vi consiglio tre libri che ho letto, e che a mio avviso riescono a garantire una lettura piacevole e veloce pur garantendo un buon livello “qualitativo”. Insomma, dei bei libri, con i quali non si rischia l’effetto “Guerra e pace”.
Il primo che consiglio è un romanzo che ha avuto un grande successo qualche anno fa, anche sull’onda del boom degli scrittori scandinavi, ed è “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (Bompiani Vintage), di Jonas Jonasson. Racconta, tra il susseguirsi di colpi di scena che inizialmente potrebbero risultare non proprio realistici (il protagonista è un centenario un po’ troppo arzillo per quell’età), le avventure di un vecchio ospite di una casa di riposo, che si dà alla fuga e ne combina veramente di tutti i colori. Nel corso del romanzo si ricostruisce, intanto, la sua storia personale, e ne viene fuori il ritratto di un uomo che ricorda Forrest Gump, per la casuale ricchezza di incontri e situazioni. La bravura di Jonasson è stata proprio quella di riuscire a far risultare le diverse vicende, potenzialmente non credibili, nel complesso convincenti, dando vita a un romanzo divertente e che vale la pena leggere.
Il secondo è “Alta definizione”, di Adam Wilson (ISBN Edizioni). Il protagonista, Eli Schwartz, è il classico perdente: grasso, brutto, imbranato. Ha appena finito il liceo, e trascorre la vita tra marijuana e film porno, mentre sogna di diventare un grande cuoco. La sua vita ha una svolta quando incontra Seymour Kahn, ex attore in sedia a rotelle, che va avanti a cinismo e Viagra. Tra i due nascerà un’amicizia, che aprirà gli occhi a Eli e lo metterà davanti alla realtà. Non sempre bella.
Infine, agli amanti dei polizieschi consiglio “L’ultima corsa per Woodstock”, di Colin Dexter (Sellerio). Già il nome dell’autore è di per sé stesso una garanzia, essendo l’ “inventore” dell’ispettore Morse, che è il protagonista anche di questo romanzo. La storia è quella di alcune amiche, e di un omicidio compiuto nel parcheggio di un pub. Classico giallo all’inglese, con investigazioni discrete e efficaci, pochi effetti speciali e il colpo di scena finale.

Sono storie di famiglia

Fateci caso: in un modo o nell’altro, la famiglia nei romanzi entra sempre, o quasi. Che si parli di situazioni felici o, all’opposto, di famiglie disastrate, o magari di vera e propria fuga dalla famiglia, o anche di abbandono, comunque la famiglia in un modo o nell’altro è lì, nelle storie, a fare da sfondo, da tessuto di base, se non addirittura da elemento principale della narrazione.

D’altronde, se Richard Yates sosteneva che non c’è altro di cui valga la pena scrivere oltre la famiglia, un motivo ci sarà stato, visto che sicuramente non era l’ultimo arrivato nel campo della scrittura. Di sicuro, la letteratura ci ha abituato a narrazioni ambientate in seno alla famiglia.
Perché la famiglia, è innegabile, è una mini-collettività che riproduce, a volte anche in forma più esasperata, modelli di relazione e tensioni del mondo esterno. In forma più esasperata, perché la convivenza e la frequentazione continua creano rapporti forzati, enfatizzano le consuetudini, obbligano spesso a indossare una maschera e, talvolta, possono degenerare in fratture insanabili.
Per questo, molti autori (nell’idea che la letteratura, come il teatro, non solo è espressione della vita, ma spesso è più vera della vita vera) si sono cimentati con il tema, e molti romanzi hanno affrontato il problema degli equilibri familiari e del complesso rapporto della famiglia con l’ambiente esterno.
Se, dunque, in Le correzioni di Jonathan Franzen viene esaminata la famiglia americana nei rapporti interni, in romanzi come Una famiglia americana di Joyce Carol Oates il tema viene ampliato includendo l’impatto della società nei rapporti tra consanguinei, in questo caso arrivando a distruggere la famiglia. Perché le convenzioni sociali possono essere così forti da competere con i legami di nascita sovvertendoli, annullandoli, sino alla distruzione.
Anche Jean-Baptiste Del Amo, nel suo Il sale, ha una visione della famiglia non stereotipata, da situazione idilliaca: al contrario, descrive rapporti difficili, conflittuali, sempre dolorosi. Racconta gli ostacoli, gli scogli che si incontrano quando si vuole affermare il proprio io fuori dallo schema familiare, quando si vuole essere innanzitutto individuo con i propri gusti anche sessuali, le proprie passioni, le proprie caratteristiche. Mostra come la ricerca di sé sia sempre difficile, e la famiglia, in questo, ha una responsabilità di primo piano.
La domanda non espressa, presente in tutti i romanzi che ho citato (ma sono solo una sparuta rappresentanza di infiniti altri), è: quando e come cessiamo di essere figli e diventiamo individui? E la risposta, quando esiste, è spesso dolorosa. Come la propria esperienza personale.

L’unicità della vita quotidiana: Richard Ford e "Lo stato delle cose"

Richard Ford è uno degli autori che preferisco, per mille motivi legati alla sua originalissima scrittura. Non mi sono stupito, quindi, quando iniziando a leggere il suo “Lo stato delle cose” lo ho trovato da subito quello che la lettura completa ha confermato: è un romanzo straordinario.

Non dico qualcosa di nuovo e sorprendente affermando che Richard Ford è uno dei maggiori scrittori americani viventi; e il suo Pulitzer e il Faulkner Award per “Il giorno dell’Indipendenza” lo confermano, se anche ce ne fosse stato bisogno.
Detto questo, ecco perché considero “Lo stato delle cose” uno dei migliori romanzi che io abbia mai letto, naturalmente per il mio gusto personale (anche se sono in abbondante e rappresentativa compagnia).
Innanzitutto, scrive in prima persona. Questa è una scelta che non approvo automaticamente, in un romanzo, in quanto la scrittura in prima persona nasconde infinite insidie e trabocchetti. A fianco a una potenziale energia espressiva che la scrittura in terza persona difficilmente riesce a raggiungere, si nasconde il rischio concreto del banale e dello sciatto, la difficoltà a tradurre i pensieri in azioni, il pericolo di cadere nell’orgia di pensieri banali e autoreferenziali (dal punto di vista del protagonista, naturalmente), con un “info dumping” di sentimenti provati e vissuti. Insomma, per intenderci paccottiglia come: “Improvvisamente mi sentii sommerso dalle emozioni. Avvertivo come mille correnti che si inseguivano nel mio corpo, ondate di calore emotivo che concentravano tutta l’energia, sino a quel momento sopita, nel mio cervello, dandomi all’improvviso una visione chiara. In un istante tutti i pezzi del puzzle sembrarono andare al loro posto, il quadro si compose, e tutto dentro di me divenne evidente e sensato”.

Ecco, se temete qualche cosa di questo genere, rilassatevi: con Richard Ford è tutta una (meravigliosa) altra storia. Certo, in lui le riflessioni scorrono come fiumi: il protagonista, Frank Bascombe (agente immobiliare al secondo matrimonio, già protagonista di “Il giorno dell’indipendenza” e del precedente “Sportswriter”), ha una vita interiore, per così dire, veramente attiva. Ha 55 anni, un matrimonio alle spalle, appunto, due figli lontani non solo geograficamente coi quali non riesce a costruire un rapporto, un terzo figlio morto in tenera età, una seconda moglie che forse lo ha lasciato, e ha da poco scoperto di avere un tumore. E comincia, o meglio in realtà continua, a fare i conti con sé stesso, e con le prospettive della sua vita futura. E’ un uomo che non fa altro che cercare il senso della vita, anche se spesso sembra voler negare a sé stesso che la vita abbia per forza un senso, o che per lo meno abbia significato cercarlo. Ebbene, tutto questo fermento interiore è reso in un modo così sottile, così autentico e credibile, da dare a chi legge l’illusione di vivere realmente dentro di lui, anzi, di più: di essere lui. Non me ne voglia nessuno, ma per quanto ho visto io, da Virginia Woolf un tale effetto e a questi livelli lo avevo trovato molto raramente in un autore.
Però non è questo il solo elemento di originalità, l’unico punto di forza della scrittura di Ford. Perché, per esempio, ha una capacità unica di portare che legge avanti e indietro nel tempo della storia, proprio come farebbe chi cerca di “raccontare” i propri pensieri, inseguendo i mille agganci e riferimenti e richiami che una mente complessa vede quando si ferma a riflettere, a pensare. In realtà, la vicenda si svolge in una settimana o meno in attesa della festa del Ringraziamento, ma questo “vagare” nelle vicende della vita di Bascombe è così ampio e presente da dare l’impressione di viverla interamente, quella stessa vita.
E’ la storia autoraccontata di un uomo semplice e comune, in definitiva. Ma questa semplicità non deriva mai nel quotidiano, nel banale: ha sempre un lampo di originalità, di specificità, come a modo suo è originale e specifico ciascuno di noi. Richard Ford sa cogliere questo barlume di unicità, e lo sa rendere. Qui, e forse soprattutto, sta la sua vera grandezza.

Impantanarsi nella lettura

Credo che sia un po’ il rischio che si corre nel leggere libri molto lunghi, voluminosi, anche se dal valore straordinario: arrivare a un punto che andare avanti diventa difficile. Da che cosa dipende? Se un libro ti appassiona, ti emoziona, se ne ami l’ambientazione, la storia e i personaggi, perché arrivare a quel punto di impantanamento, quando le gambe diventano deboli e molli e ogni pagina da leggere rappresenta una sfida?
La riflessione mi è venuta leggendo David Copperfield, che è considerato il migliore dei romanzi di Dickens, e rende giustizia alla fama, ma consta di 1100 pagine di letteratura sì elevata, ma pressoché infinita. Quasi all’improvviso sono passato dal buttar giù, per così dire, molte decine di pagine al giorno, alla fatica di leggerne anche solo una decina. Eppure, il libro mi piace, non me ne sono stufato. E allora?
E allora, credo che sia un qualcosa simile all’effetto “pranzo di nozze”. Se ti abbuffi di roba buona, ad un certo punto cominci a essere sazio, e hai bisogno di digiuno o almeno di qualcosa di più leggero, di meno saporito.
Potrebbe valere anche per la lettura? Forse sì. O magari non proprio. Magari, semplicemente, si vuole cambiare voce narrante, situazione, epoca, stile. Magari si vuole vedere un altro mondo, che so, il mondo visto da Hemingway anziché continuare ancora con quello visto da Dickens. Perché alla fine, leggere un libro equivale a vivere nel mondo secondo la particolare visione del suo autore.
Insomma, qualunque sia il motivo, prima o poi può capitare di impantanarsi. Un po’ l’effetto “Guerra e pace”, in definitiva. Io combatto l’impantanamento alternando la lettura del “mattone” a quella di un altro libro di genere e stile molto diverso, certamente più leggero; ma la controindicazione è che l’impantanamento rischia di diventare cronico, e di non riuscire più ad andare avanti come nelle sabbie mobili, le sabbie mobili della lettura.

Bukowski è uno di noi

Se Bukowski fosse vissuto ora, di questi tempi e in questi luoghi, come sarebbe stata la sua vita? Si sarebbe adattato, e avrebbe trovato il modo di condurre un’esistenza come quella che ha avuto? Ogni tanto me lo chiedo, mentre attraverso le periferie o passeggio in un centro commerciale e vedo quell’umanità che vive a stento ai bordi della società sfavillante di luci e di alberi di Natale, cercando di stare al passo della società con gli acquisti a rate, anche della spesa. Avrebbe avuto abbastanza talento, e fortuna, da riuscire a fare ciò che ha fatto, ovvero vivere della sua scrittura riuscendo a non lavorare mai per qualcuno?
Vedo persone che non sono ancora barboni, ma che stanno scivolando lentamente in quella condizione. Li immagino nei bar, un bicchiere di qualcosa di forte davanti, non whisky ma più probabilmente acquavite scadente, lo sguardo vacuo e trasparente perso nel niente, o attaccato alla TV con i risultati delle ultime estrazioni del lotto. Voce gracchiante dall’altoparlante, solo poche parole del proprietario del bar (“fanno due euro, ecco qui, arrivederci”) e il rumore secco del vetro dei bicchieri che urta il bancone d’acciaio graffiato a disturbare la sequenza di numeri e nomi di città.
Bukowski era uno scommettitore, innanzitutto sulla propria vita e sulle proprie fortune. Praticamente la sua vita è stata sempre divisa tra la scrittura, il bere e le corse dei cavalli. Risultato inevitabile di un’infanzia difficile, da figlio di immigrato? Vocazione? Casualità? Non so, non lo ha mai saputo nessuno. Quel che è certo, però, è che il suo talento richiedeva il bere e le scommesse, che a loro volta probabilmente lo alimentavano, o meglio costituivano il terreno sul quale seminare e coltivare le sue storie. Chi ha letto qualcosa di Bukowski non può non aver notato che le sue storie sono sempre un impasto di questi elementi: il bere, la miseria, le scommesse, e un’umanità di derelitti a contorno. E anche quando Chinasky (il protagonista della maggior parte dei romanzi della maturità) ha fatto fortuna, non riesce e non vuole staccarsi da quel mondo di disgraziati al quale lui sa realmente di appartenere. Alla fine, l’arte di Bukowski è tutta qui: storie banali, di poveracci, descritte con un meraviglioso talento, e bagnate con litri di alcool per non renderle troppo secche, troppo attaccate alla realtà.
Tornando alla domanda iniziale, se Bukowski fosse vissuto oggi, credo che si sarebbe adattato, in definitiva. Ma le sue opere sarebbero state differenti, o le stesse che conosciamo? Non lo sapremo mai, naturalmente, e la stessa domanda è oziosa. Però la magia dei suoi libri sta nel raccontare storie universali, in quanto adattabili a qualunque ambiente dove alberghino la miseria, il dolore, la disperazione del vivere, le difficoltà del trovare il proprio misero angolo mentale dove rifugiarsi. E quindi, in questo senso Bukowski è uno di noi.

Kit di sopravvivenza per il lettore confuso

Non ci vuole l’acume di Sherlock Holmes per notarlo: le librerie traboccano letteralmente di libri. “Piramidi” con le ultime uscite, banconi con offerte varie, zone tematiche con tanto di cartelli degni di uno stadio, e poi decine e decine di metri di scaffali sovraccarichi di volumi. Più la terra si popola e più libri di pubblicano.
Vabbè, insomma, questo solo per dire che scegliersi un libro da acquistare con speranze che ci piaccia senza comprare solo opere di autori che conosciamo bene è un’impresa, spesso. Perché purtroppo le librerie “industriali” (che sono quelle dove fatalmente finiamo per capitare, quelle delle grandi catene nei centri commerciali) non agevolano la possibilità di ampliare i nostri gusti senza rischiare di buttare soldi in un bidone.
E allora, che fare? e allora, eccomi qui, ci sono io. No, scherzo. Però qualora, e solo qualora, interessasse, ecco ciò che consiglio per trovare bei libri senza ammazzarsi, prima, con l’immondezza letteraria.
1. Il passa parola “ragionato”. Il passa parola va bene, è una forza, una sorgente inesauribile di spunti (fin troppo). Però non è che se il tal libro è piaciuto al tale, debba essere per forza un capolavoro. Anzi, talvolta proprio il fatto che sia piaciuto a quel determinato amico può essere indice sicuro che sia una ciofeca. Quindi, occhio. Io ho capito che ha gusti abbastanza vicini ai miei, e faccio tesoro dei suoi consigli sui libri che ha appena letto.
2. La pubblicità a piccole dosi. Ho visto (ma non ci vuole molto a capirlo) che i libri più pubblicizzati spesso non valgono la carta sulla quale sono stampati: sono trattati come un prodotto qualsiasi, senza un’anima che un buon libro dovrebbe sempre avere. Quindi, il consiglio: se di un libro si parla troppo, lasciate perdere. Perché (con le dovute eccezioni) dieci a uno non sarà all’altezza delle aspettative.
3. I premi letterari non premiano i lettori. Non correte automaticamente dietro all’ultimo vincitore dello Strega o di altri premi noti e cosiddetti prestigiosi. Perché c’è dietro un tale movimento di case editrici che l’aver vinto spesso non è sufficiente a garantire il valore assoluto. Anche qui, meglio il passaparola con qualche cautela.
4. Esplorate partendo da territori noti. Se non volete leggere sempre gli stessi autori ma canbiare senza rischiare troppo, una buona idea è quella di stare nell’ambito di case editrici delle quali apprezziamo la linea editoriale. Stando attenti perdò a non esagerare.
5. Tenete un asso nella manica. Ovvero, conservatevi un’àncora di salvezza per quando non avete spunti. Che so, quell’amico che legge tantissimo e non sbaglia un consiglio. Io ho un libraio di riferimento, che è prima di tutto un lettore. Una fonte abbondantissima di preziose indicazioni.

E’ tutto.

"Le cose cambiano": tante storie a lieto fine per una speranza di libertà

“Le cose cambiano” è un progetto iniziato qualche anno fa in USA ad opera di un giornalista piuttosto noto anche in Italia, Dan Savage, e dal suo compagno, Terry Miller, mirante a dare sostegno e coraggio a tutti i ragazzi LGBT vittima di pressioni psicologiche, di violenze verbali o fisiche, di ignoranza e prepotenze. Raccoglie non solo le testimonianze audiovideo e scritte di persone LGBT che “ce l’hanno fatta”, ovvero sono riuscite ad avere una propria vita a dispetto di tutto ciò che hanno dovuto subire negli anni dell’adolescenza, ma anche di autorità e scrittori affermati come Obama, Hillary Clinton, David Cameron e Michael Cunningham.
Il progetto si è rapidamente diffuso un po’ in tutto il mondo. In Italia alle testimonianze del progetto originale si sono unite rapidamente e quasi come un fiume in piena quelle di autori e persone del mondo della cultura e dell’informazione italiana, pubblicando, parallelamente agli innumerevoli video su Youtube, un libro, che ho letto.
Gli autori italiani che hanno contribuito al libro sono molti. Segnalo, tra gli altri, Alcide Pierantozzi, Matteo B. Bianchi, Aldo Busi, Piergiorgio Paterlini, Marcello Signore, Cristiana Alicata, Walter Siti.
Questo libro non si può giudicare con parametri strettamente letterari perché è un libro di testimonianza: ma proprio per questo risulta vero e toccante sino all’ultima riga. Racconta di difficoltà, di dolore fisico e psicologico, di rifiuto da parte della propria famiglia, di notti in lacrime, di diritti elementari negati. Ma parla anche di aiuto, di sostegni insperati, di accettazione. E’ una favola col lieto fine, insomma. Un lieto fine reale.
“Le cose cambiano” è una lettura da consigliare, e non solo a persone LGBT: dalle esperienze personali vere e dolorose come queste, chiunque può e deve imparare che cosa significhi realmente tolleranza, accettazione, accoglimento e, in definitiva, normalità.

Il comodino come piace a me

I libri mi piacciono e non ne faccio mistero. Mi piacciono a tal punto che adoro averli attorno, ammassarli in pile più o meno ordinate, tenerli a portata di sguardo, di dita, dei sensi. Per poterli prendere in mano, accarezzare, aprire, leggere e poi rileggere a brani e a parole, respirarne di nuovo le atmosfere e le suggestioni.
Il mio comodino, naturalmente, riflette questa mia passione. Libri già letti ma particolarmente amati, libri da leggere prossimamente, appunti… e non manca nemmeno l’ebook reader. C’è tutto questo insieme, e di più. Un comodino disordinato, certo. Ma anche un comodino vissuto. Dai libri.

Diventare scrittori? Ecco i 5 ingredienti base

Scrivere è difficile, scrivere bene lo è ancora di più. E diventare scrittori, cioè essere pubblicati da case editrici serie e acquisire un minimo di notorietà, è impresa quasi disperata (per non parlare del vivere di scrittura).
Ma si può “diventare scrittori”, o bisogna nascerci?
Sicuramente il talento è necessario, però bisogna anche riuscire a farlo venire alla luce, e allenarlo e alimentarlo in mdo che possa crescere e definirsi. E per questo, a mio avviso, ci sono delle cose che bisogna fare, anche se purtroppo non danno alcuna garanzia di successo. Ecco di seguito quelle che per me sono basilari.

1. Leggere
Sì, proprio così: per imparare a scrivere bene bisogna leggere. Non credo nello scrittore autoreferenziale  chiuso sul proprio ombelico che, preso dal sacro fuoco, butta giù fiumi di parole e legge solo i propri scritti. Perché leggere è importantissimo, serve a crearsi un proprio stile, ad aprirsi la mente, ad apprendere le tecniche narrative. Potete immaginare un compositore di musica che non ascolta musica? E in quanto al genere di letteratura, leggere un po’ di tutto, cercando di capire che cosa ci piace di un romanzo e che cosa invece non ci piace, non solo come argomento ma soprattutto nello stile narrativo. Sontandolo nei componenti essenziali per capirne i meccanismi.
2. Scrivere
Però non si può solo leggere per migliorarsi: ad un certo punto bisogn pur buttarsi, no? ovvero scrivere. Non aver paura del risultato e della qualità di ciò che si scrive, riempire le pagine inseguendo i propri pensieri. Essere regolari e testardi, non arrendersi davanti allo schermo bianco che proprio non si vuole riempire, al blocco creativo del cervello. Scrivere purché sia. E’ come allenarsi alla maratona iniziando da piccole corsette, magari da passeggiate senza meta. Serve sempre.
3. Osare
Bisogna avere il coraggio di abbandonare le strade battute, la comoda via del cliché, l’ovvio e il banale. Molto più proficuo, invece, sperimentare: nella struttura narrativa, nello stile, nei personaggi. Ribaltare i punti di vista della narrazione. Provare parole nuove, cambiare ritmo, seguire l’estro. Improvvisare.
4. Essere inflessibili con sè stessi
Se si vuole migliorare, bisogna essere molto critici nei confronti del proprio lavoro. Ogni passaggio, ogni parola devono essere messi in discussione, soprattutto quelli che più ci piacciono (magari però senza arrivare agli estremi di Hemingway che diceva che se un periodo ti piace devi cancellarlo senza pietà). Non accontentarsi mai. Non pensare mai di saper scrivere, di essere bravi, di essere arrivati. Invece, flagellarsi, se occorre, cercando sempre di meglio, sempre di più.
5. Essere caparbi e metodici
La scrittura va alimentata con regolarità. Se possibile, ritagliarsi un momento della giornata, o della settimana, o di quel che volete voi da dedicare alla scrittura, agli appunti, al “cazzeggio” letterario, magari. Ma ritagliarlo. Prendere l’impegno e portarlo avanti. Piuttosto che impiegare molto tempo leggendo manuali di scrittura, destinate una parte di quel tempo a scrivere, e via.
Ci sono libri sulla scrittura creativa e sul mestiere di scrittore che hanno il pregio principale di far venire la voglia di scrivere. Ne segnalo uno su tutti: Il mestiere dello scrittore di John Gardner (che fu maestro di Carver, vabbè, lo sanno tutti).