Scrittura cinematografica

Ci sono romanzi che sembrano sceneggiature; ci sono scritture, narrazioni che sembrano uscite direttamente dalla macchina da presa. Ci sono stili, ci sono scrittori che riescono a parlare ai nostri occhi, insieme al nostro io più profondo.

Non mi riferisco, naturalmente, a uno stile puramente e aridamente descrittivo, come farebbe un cronista, asettico e imparziale: no. Quello stile ha spesso difficoltà ad avere quelle caratteristiche così impalpabili e indefinibili che però ci fanno riconoscere quando si tratta di letteratura.

Ciò che intendo è quel modo di descrivere paragonabile all’abilità con la quale famosi registi creano le loro opere d’arte: la visione filtrata dai loro occhi, dalle loro emozioni.

Gli esempi per fortuna non mancano. Uno dei miei preferiti è un passaggio di “La solitudine del maratoneta”, di Sillitoe, nella descrizione della corsa del giovane galeotto.

Continuavo a trottare ai margini di un campo fiancheggiato dal viottolo incassato, sentendo l’odore dell’erba verde e del caprifoglio, e mi pareva di venire da una lunga stirpe di cani levrieri addestrati a correre su due zampe, solo che davanti a me non vedevo un coniglio meccanico da inseguire e alle spalle non avevo un randello da minatore che mi obbligasse a tenere l’andatura. Superai il corridore di Gunthorpe che aveva la maglietta già nera di sudore e vidi appena davanti a me l’angolo del boschetto cintato dove l’unico concorrente che dovevo sorpassare per vincere la gara stava correndo ventre a terra per concludere la prima metà del percorso. Poi luì svoltò in una macchia d’alberi e cespugli dove non riuscii più a vederlo, e non vedevo più nessuno, e allora compresi che cos’era la solitudine del maratoneta.

Gli esempi che si potrebbero fare, però, sono innumerevoli. Alcuni autori hanno, o hanno avuto, il talento di dipingere con le parole. E’, per fare un altro esempio, il caso di Sherwood Anderson, del quale ho già parlato in passato. Oppure il caso, ancora per stare con i grandi autori, alcuni passi di Il grande Gatsby, o di un po’ tutto Hemingway.

Questo tipo di narrazione si contrappone nella mia testa a quella, altrettanto affascinante e coinvolgente, del flusso di pensieri, del quale, so di dire una ovvietà, Virginia Woolf è probabilmente l’esempio più alto e noto. Ma come non citare, in questo campo, “L’uomo di Kiev”, di Malamud, oppure le lunghe elucubrazioni e gli infiniti rimestamenti di coscienza del Frank Bascombe di “Il giorno dell’Indipendenza” e “Lo stato delle cose“, di Richard Ford?

Ecco, bisogna dire, però, che Ford ha a mio avviso fatto ancora un passo avanti. Riesce infatti, soprattutto nei due romanzi che ho citato, la scrittura più cinematografica da quella per così dire intimistica, nella quale la storia viene soprattutto vissuta dentro la testa del protagonista. E chiudo con un altro esempio, tratto da “Il giorno dell’Indipendenza”, che ha vinto anche il Pulitzer: esattamente l’inizio. Mostra perfettamente come le cose, e lo svolgersi dei fatti, siano filtrati dal protagonista, e da chi lo muove.

A Haddam l’estate galleggia sopra strade la cui luce è attenuata dagli alberi, come un dolce balsamo donato da un dio noncurante e languido, e il mondo è in sintonia con i suoi inni misteriosi. Nelle prime ombre del mattino i prati ombreggiati sono immobili e umidi. Fuori, nella Cleveland Street di una mattina tranquilla, odo i passi di un tizio che fa jogging, corre giù per la collina verso Taft Lane e attraversa il Choir College, dove trova l’erba bagnata. Nel sentiero dei negli gli uomini siedono sulle verande, con le gambe dei pantaloni arrotolate oltre il bordo dei calzini, a bere caffè nel caldo pigro sempre più intenso. Alla scuola superiore è uscito il corso per il miglioramento del matrimonio (dalle quattro alle sei), con gli allievi assonnati e intontiti, diretti di nuovo a letto. Mentre sull’impalcatura verde la banda della nostra università comincia le prove, due al giorno, in preparazione del Quattro Luglio: “Bum-Haddam, bum-Haddam, bum-bum-bam-bum. Haddam, Haddam, avanti e addosso! Bum-bum-bam-bum!”

 

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5 risposte a "Scrittura cinematografica"

  1. anche a me piace molto come stile. Che ne dici di questo?
    Volge le spalle agli alberi bassi del bosco artificiale e guarda giù dalla montagna, verso il villaggio, che è azzurro nella notte d’agosto, e le pecore, simili a pietre nell’erba mossa dal vento. Più in là dorme il mare. Il fiordo di Vág è calmo, l’azzurro si confonde con quello del cielo sull’orizzonte dritto, teso tra le terre emerse, un filo su cui possono camminare solo creature mitiche e fantasmi. Chiude gli occhi. Con tutta la sua giovane volontà segue la strada azzurra: supera le isole Shetland e i massicci montuosi della Norvegia, attraversa il Kattegat e s’inoltra nel paese piatto, il paese del burro, dei campi e delle fattorie, fino alla cittadina dello Sjælland dove Fritz, ora starà dormendo come un sasso. Marita, si chiama. Presto si metterà in viaggio e questo è il punto di partenza: Suðuroy, la più meridionale delle isole Faroe. Qui i fiordi sono profondi e le montagne impervie. Il paesaggio è più scabro e ripido che nel posto dove è nata, l’isola di Vágar, ma è il primo che s’incontra arrivando dal resto del mondo. Nel paese in cui è diretta c’è una ferrovia. Marita immagina i binari che tagliano la terra abitata come un fiume. Le persone trascinate dalla corrente. Prendere un treno. Si può scendere dove si vuole. In una città, forse. In un’altra città. In un bosco.

    Siri Ranva Hjelm Jacobsen, Isola

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