Una cosa che mi ha affascinato dacché ho memoria è l’essenzialità nel ridurre i veri effetti personali a poche cose. Quando, in un romanzo, leggo di un trasloco di quelli che io chiamo “di persone”, ovvero non di un trasloco alla “Furore”, con famiglie e masserizie al seguito, ma, per esempio, dello studente che si trasferisce al college, le cose veramente sue che si porta dietro sono libri e dischi. Libri e dischi. Poi, certo, qualche vestito, lo spazzolino, il pettine e il rasoio, ma di quelli nemmeno parla. Carica in auto libri e dischi, e parte.

Ogni volta che ho avuto necessità di traslocare, o di spostarmi, o lo ho semplicemente ipotizzato o immaginato, mi sono confrontato con questi traslochi essenziali. Mi sono guardato intorno, e ho visto che avrei avuto da spostare ben più di libri e dischi (oltre a pettine ecc.). Anzi, quello che ora mi viene da dire è che i dischi nemmeno esistono più, e di libri ne ho così tanti da riempire numerose scatole, non una cassetta o due. Per non parlare, poi, di scatole e scatole di piatti, stoviglie, oggetti vari, e poi, per finire, di mobili.

Quello che negli ultimi decenni è cambiato, probabilmente, in realtà sono due cose. La prima, che, banalmente, abbiamo più cose di un tempo, sia come numero che quantità. La seconda, che genera la prima, è che il possesso come utilità e piacere ha lasciato il posto al possesso come possesso. Come se ci comprassimo la felicità a botte di prodotti finanziabili. Come se cercassimo la serenità, la soddisfazione in un volantino patinato e ammiccante, lasciato nella cassetta della posta. Scusate, non voglio fare del moralismo a buon mercato, ma a volte questo dubbio mi si insinua sotto la pelle in modo prepotente.

Fermi. Non è vero che “si stava meglio quando si stava peggio”, lo so; e comunque, non sono di quel partito. Ogni tempo, ogni epoca, ogni cultura ha le proprie caratteristiche, gli elementi positivi e i risvolti meno piacevole. E quindi, lamentarsi del consumismo mentre si perfeziona un ordine su Amazon mi sembra come minimo destabilizzante (o da destabilizzati). Ma ciò che voglio dire è un’altra cosa.

Ciò che voglio dire, né più né meno, è che l’idea di traslocare semplicemente caricando in macchina una valigia, due cassette di libri e una di dischi e di mettermi in strada, magari su una Datsun B210 gialla del 1982, mi affascina, accidenti se mi affascina. E mi manca proprio. Mi manca maledettamente.

P.S.: chi ha capito la citazione della Datsun B210 gialla del 1982 si faccia avanti.

 

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4 risposte a "Di quanto abbiamo, e di quanto ci portiamo dietro"

  1. Non saprei davvero cosa lasciare indietro, ma saprei cosa portare con me per sempre. Tutti i ricordi che ho nel cuore, i miei vecchi diari, le foto e il PC che contiene quasi tanta della mia musica e dei miei libri. Idealmente mi piacere conservare quegli oggetti, anche piccoli, che quando li tocco i li vedo, mi rimandano ad emozioni forti.

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