Cent’anni di amore col colera (o anche, di amore ai tempi della solitudine)

Non ho letto molti romanzi di Garcia Marquez, però in tutti quelli che ho letto ho trovato nella sua scrittura una caratteristica sempre presente, ovvero: la capacità di dare un tocco ombroso e misterioso, fresco e scuro ai luoghi, ai personaggi, alle storie.

Ieri ho finito “L’amore ai tempi del colera”. Non posso dire che sia paragonabile a “Cent’anni di solitudine”, però ci ho ritrovato molte cose in comune. Ho guardato in giro, su internet, e i pareri dei lettori su “L’amore ai tempi del colera” sono piuttosto contrastanti: c’è chi lo osanna come uno dei più importanti libri della letteriatura mondiale, e chi, di contro, lo definisce un polpettone noioso e  illeggibile.

Io ci ho trovato molti momenti di lirismo e di magia, e la mano di GGM si sente in pieno, però devo ammettere che ogni tanto, effettivamente, sembra un po’ pasticciato, confuso, con digressioni infilate lì per motivi poco comprensibili, e che mal si inseriscono nel contesto della storia (anzi, a volte su certe arzigogolate avventure amorose di personaggi secondari ti viene da dire: e chi se ne frega). Ho anche cominciato a guardare il film che è stato tratto una decina di anni fa dal romanzo; ne ho guardato una ventina di minuti, ma mi sembra che rispecchi lo spirito del libro quanto il libro stesso. Tutto questo, per dire che mi è piaciuto.

Problemi alle soluzioni (non è un errore)

Ne conosco tanti: devono vedere il negativo dappertutto. La logica è la loro sola bussola. Due più due fa quattro, e tutti i conti devono tornare. Guidano auto brutte ma funzionali, indossano abiti robusti ma sempre uguali, fanno tabelle di marcia su tutto. Intuiscono il complotto dappertutto, e anticipano ogni cosa. Insomma: non li freghi. Vivono di certezze: il dubbio, per loro è roba da deboli, è inconcepibile.

Prova a trovare una via di uscita su una questione qualsiasi, che non rientri nei binari rigidi del ragionamento logico, della solidità razionale, del monolitico pensiero dell’uomo illuminato: ti contrapporranno subito un “ma”, un “forse”, un “però”. Insomma: troveranno subito un problema per quella soluzione così genialmente trovata.

Per loro, il talento non esiste (e generalmente non ne hanno alcuno). Misurano tutto con i soldi, e ciò che non produce direttamente e immediatamente soldi, non merita di essere fatto, sostenuto, seguito. Sono contrari ai musei se non si sostengono da soli (ovvero mai o quasi), sono contrari all’assistenza pubblica perché serve solo a mantenere sanguisughe, sono contrari ad aiutare chi non ce la fa, chi resta indietro.

Ne abbiamo tanti; non ne abbiamo solo noi.

 

 

 

L’eredità (ben riposta) di Grazia Deledda: “Maria di Isili”, di Cristian Mannu

Se sei sardo, e scrivi, ci sono due cose con cui finirai inevitabilmente per fare i conti, nei tuoi romanzi: il vento, e Grazia Deledda.

Il vento è una cosa scontata, da noi: in Sardegna è sempre presente, e in un modo così netto e prepotente che non si lascia mettere da parte, semplicemente ignorare, ma finisce per sembrare una persona, e, nel tempo, diventare familiare come il ghiaccio se vivi in Alaska, o la pioggia se sei irlandese. Grazia Deledda, poi, è una eredità culturale e etnografica così importante, così smisurata che è difficile non inciamparci quando scrivi e, appunto, sei sardo. Il rischio è di citarla a ogni passo, a ogni sospiro di penna; e, comunque, devi fare i conti con lei, in un modo nell’altro.

Ho letto Maria di Isili, di Cristian Mannu, sardo ma proprio sardo; e devo dire che non ha deluso: i conti con Grazia Deledda lo fa, eccome, e c’è il vento; ma naturalmente, diventando seri, c’è molto di più. La storia è bella, ed è intensa come le storie semplici, di vita: una ragazza, poi donna che si trova a scegliere, come spesso accadde, tra ciò che “deve” fare e ciò che invece vorrebbe, tra il buon senso e l’istinto. Sceglie l’istinto, e paga in ogni momento futuro questa scelta. Intorno, chi lo aveva amata e chi ha continuato ad amarla cerca di vivere la propria esistenza, ma non può fare a meno di rapportarsi a lei, che finisce per segnare con la sua scelta oltre che la propria, di esistenza, anche quella degli altri.

Altri elementi. La storia viene costruita a strati, dalle diverse voci dei protagonisti, in un volo a cerchi concentrici sino al bersaglio, all’obiettivo finale, ovvero all’epilogo. Il tratto di Cristian Mannu ha il pregio di dipingere luoghi e situazioni e emozioni con una tecnica quasi impressionistica, a piccole macchie di colore che, piano piano, compongono una figura di insieme che risulta convincente, affascinante, trascina. Unica, personale difficoltà che ho riscontrato nella lettura, è stata la necessità di una continua concentrazione per seguire il dipanarsi della storia, a causa di una certa diciamo così frequenza dello stesso nome.

Io dico, leggetelo; leggetelo perché è un bel libro, capace di far conoscere un certo tipo di Sardegna, non tanto come luoghi, ma come sentimenti, meccanismi mentali, situazioni. Una prova a mio avviso ben riuscita di sardità.