Per chi suona la campana (a morto)

Chiude un’altra libreria. Non una libreria qualunque: la libreria di Patrizio Zurru, uno che ha contribuito a fare cultura, a Cagliari, e non solo diffusione di cultura vendendo libri, ma ha operato nel campo dell’editoria tramite la compartecipazione a un’agenzia editoriale di successo, ha organizzato eventi, portato autori, inventato di sana pianta manifestazioni nazionali come Letti di notte. Non voglio unirmi alle prefiche, non potrei esserlo e sarebbe certamente fuori luogo; però almeno questa volta dobbiamo riflettere.

Molti, alla notizia della chiusura di una libreria, parlano di lutto per la cultura, o cose così. In realtà, la chiusura di una libreria come questa, ovvero l’Officina dei libri, è molto altro. E’ soprattutto un altro passo verso la consacrazione di un mondo che, consapevoli o no, tutti noi abbiamo contribuito a creare, è un’altra spia dei tempi che viviamo, è, piaccia o non piaccia, un’altra lapide nel cimitero dell’economia, quella fatta innanzitutto di persone ancor prima che di grandi capitali.

Decenni fa abbiamo pensato di avere benefici economici immediati (leggi prezzi più bassi)  nell’abbandonare i piccoli negozi per acquistare nei grandi centri commerciali. Abbiamo preferito un uovo di quaglia oggi a un tacchino domani. Abbiamo scelto di seguire un modello che ci ha portato, sicuramente a pagare meno ciò che acquistiamo, ma nel tempo ad avere molti meno soldi per comprarlo. Sì, meno soldi: perché abbiamo contribuito ad affondare tutto quel tessuto commerciale che produceva ricchezza per tante persone, e che oggi in buona parte non esiste più.

Certo, è sacrosanto che i commercianti ci hanno messo del loro, nei decenni di vacche grasse, ma nel fare di tutta l’erba un fascio, assaltando il forno della grande distribuzione come un atto di rivoluzione, abbiamo anche rinunciato all’utile piacere svolto dai commercianti seri, quelli preparati, appassionati dell’oggetto del proprio lavoro. Abbiamo deciso che avere qualcuno che ti consiglia, ti aiuta, fa da mediatore tra la merce in vendita e il tuo gusto, le tue necessità, era superfluo. Abbiamo stabilito che è meglio fare venti minuti in auto, infilarsi, dopo aver lottato per il parcheggio, in un centro commerciale iper riscaldato e chiassoso, entrare in un qualunque punto vendita con sede legale a Hong Kong, senza alcuna attinenza col territorio, comprare qualunque cosa pagandola meno portasse automaticamente più vantaggi, nel tempo, di fare quattro passi in centro, entrare nel negozio di sempre, chiacchierare con il proprietario ascoltando i suoi consigli, prendere un caffè, e tornare a casa. Abbiamo preferito l’altro modello, e ora, inevitabilmente, ci stiamo impoverendo sempre di più.

Nel caso delle librerie, tutto questo è amplificato, enfatizzato. Perché i libri sono degli oggetti assolutamente particolari. Immaginate di dover acquistare il DVD di un film, e di vivere in un mondo dove non si fa pubblicità dei film, quindi non avete idea di che cosa vi aspetta se non quanto può garantirvi il nome del regista o degli interpreti. Andate in un grande negozio di DVD e vi trovate davanti a migliaia di titoli. Volete tornare a casa con un film, e se non c’è nessuno in grado di consigliarvi ve la potete sempre cavare comprando qualcosa dell’attore del momento, o del regista che ha vinto un Oscar. Ma magari vorreste guardare un film di un autore che non conoscete, vorreste per esempio avvicinarvi al cinema tedesco del secondo dopoguerra ma non sapete da che titolo cominciare. Che fate? A chi chiedete? Vi voglio vedere.

Per le librerie è esattamente così. Scaffali e scaffali stracolmi di libri, e voi lì, a chiedervi che cosa acquistare. Certo, se siete lettori abituali riuscite a muovervi bene, e sicuramente tornate a casa con qualcosa di vostro gradimento. Ma se per caso voleste scoprire qualche autore che non avete mai letto, cambiare decisamente genere, se per esempio avete letto quasi sempre autori americani o europei, e invece vi interessa conoscere qualche autore sudamericano, che fate? La lotteria?

Arrivando al punto, ciò che giustifica l’esistenza dei librai indipendenti, ovvero quelli che io definisco “veri”, è l’opera di mediazione culturale e informativa che svolgono, che consente di ampliare i propri orizzonti. Librai che sono innanzitutto dei lettori. Librai che prima ancora di vendervi un libro discutono con voi di letteratura. Questo è un piacere legittimo, per chi ama la lettura e la letteratura, e oggi, purtroppo, sta diventando innanzitutto un privilegio, una rarità. Oggi piangiamo tutti insieme, spalla a spalla, sui social network, la chiusura di una libreria che prima ancora che una “rivendita di libri” è stata soprattutto un polo di scambio culturale, un luogo di confronto e di apprendimento, un punto di ritrovo per appassionati. Lo facciamo con in mano il sacchetto della Feltrinelli, o della Mondadori, o dopo aver confermato l’ordine di libri su Amazon. Lo facciamo piangendo calde, abbondanti, inarrestabili lacrime di coccodrillo.

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