Sono storie di famiglia

Fateci caso: in un modo o nell’altro, la famiglia nei romanzi entra sempre, o quasi. Che si parli di situazioni felici o, all’opposto, di famiglie disastrate, o magari di vera e propria fuga dalla famiglia, o anche di abbandono, comunque la famiglia in un modo o nell’altro è lì, nelle storie, a fare da sfondo, da tessuto di base, se non addirittura da elemento principale della narrazione.

D’altronde, se Richard Yates sosteneva che non c’è altro di cui valga la pena scrivere oltre la famiglia, un motivo ci sarà stato, visto che sicuramente non era l’ultimo arrivato nel campo della scrittura. Di sicuro, la letteratura ci ha abituato a narrazioni ambientate in seno alla famiglia.
Perché la famiglia, è innegabile, è una mini-collettività che riproduce, a volte anche in forma più esasperata, modelli di relazione e tensioni del mondo esterno. In forma più esasperata, perché la convivenza e la frequentazione continua creano rapporti forzati, enfatizzano le consuetudini, obbligano spesso a indossare una maschera e, talvolta, possono degenerare in fratture insanabili.
Per questo, molti autori (nell’idea che la letteratura, come il teatro, non solo è espressione della vita, ma spesso è più vera della vita vera) si sono cimentati con il tema, e molti romanzi hanno affrontato il problema degli equilibri familiari e del complesso rapporto della famiglia con l’ambiente esterno.
Se, dunque, in Le correzioni di Jonathan Franzen viene esaminata la famiglia americana nei rapporti interni, in romanzi come Una famiglia americana di Joyce Carol Oates il tema viene ampliato includendo l’impatto della società nei rapporti tra consanguinei, in questo caso arrivando a distruggere la famiglia. Perché le convenzioni sociali possono essere così forti da competere con i legami di nascita sovvertendoli, annullandoli, sino alla distruzione.
Anche Jean-Baptiste Del Amo, nel suo Il sale, ha una visione della famiglia non stereotipata, da situazione idilliaca: al contrario, descrive rapporti difficili, conflittuali, sempre dolorosi. Racconta gli ostacoli, gli scogli che si incontrano quando si vuole affermare il proprio io fuori dallo schema familiare, quando si vuole essere innanzitutto individuo con i propri gusti anche sessuali, le proprie passioni, le proprie caratteristiche. Mostra come la ricerca di sé sia sempre difficile, e la famiglia, in questo, ha una responsabilità di primo piano.
La domanda non espressa, presente in tutti i romanzi che ho citato (ma sono solo una sparuta rappresentanza di infiniti altri), è: quando e come cessiamo di essere figli e diventiamo individui? E la risposta, quando esiste, è spesso dolorosa. Come la propria esperienza personale.
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