Teatro e scrittura: due modi diversi ma affini di rendere più vera la realtà

Che cos’è che possiamo chiamare teatro? Il verboso susseguirsi di frasi, di battute, di gesti? Oppure qualcos’altro? Perché il teatro è una cosa ben precisa, per come la vedo io, ben precisa e notevolmente diversa da ciò che invece normalmente si associa allo spettacolo su un palco. L’espressività del corpo è altrettanto o talvolta più importante di quella della voce o del volto. I movimenti e la postura, la tensione muscolare e nervosa diventano elementi non scambiabili, irrinunciabili di espressione e di gesto artistico. La recitazione non è mimica, non è descrizione o rappresentazione della vita, ma trasfigurazione e trasposizione della vita stessa dentro la rappresentazione. Chi per esempio recita la parte del capo indiano non la rappresenta, ma la vive realmente condensandola in simboli che ne riassumono i tratti veri, più essenziali, necessari. Nella rappresentazione tutto ciò che non è realmente utile, necessario alla storia o alle sensazioni, viene tagliato, eliminato, o almeno trasformato, ridotto alla sua essenza più vera, a quella parte minima che è realmente irrinunciabile, imprescindibile, autentica.

Tra teatro e scrittura ci sono affinità innumerevoli e molto forti. Anche la scrittura fa sue le regole dell’utilizzo dei simboli al posto delle descrizioni, degli elementi essenziali al posto degli orpelli, della precisione al posto dell’abbondanza imprecisa. Anche la scrittura è solo ciò che è necessario alla storia, o ai caratteri dei personaggi, o a entrambi; nemmeno una parola in più, un aggettivo, un avverbio, nemmeno una virgola. Il punto deve gridare forte sulla pagina come il protagonista di una tragedia. Il ritmo della narrazione dev’essere al centro dello scrivere, come lo è nel teatro. E come il teatro, anche la scrittura diventa più vera della vita vera, più reale della vita reale; perché è filtro, interpretazione, trasfigurazione e quindi traduzione della realtà in concetti, idee, essenza. E’ tutto ciò che la realtà non riesce se non raramente a essere: un condensato di momenti e emozioni, la puntiforme onda d’energia di un laser. 
Prendete la vita che viviamo ogni giorno, e spogliatela della banalità del quotidiano e della sciatteria dell’ordinario lasciando solamente le emozioni, i pensieri più profondi, i momenti più significativi. Raccontate tutto questo con simboli, immagini, tratti, espressioni. Allora, e solo allora, avrete teatro; allora, e solo allora, avrete letteratura.