Impantanarsi nella lettura

Credo che sia un po’ il rischio che si corre nel leggere libri molto lunghi, voluminosi, anche se dal valore straordinario: arrivare a un punto che andare avanti diventa difficile. Da che cosa dipende? Se un libro ti appassiona, ti emoziona, se ne ami l’ambientazione, la storia e i personaggi, perché arrivare a quel punto di impantanamento, quando le gambe diventano deboli e molli e ogni pagina da leggere rappresenta una sfida?
La riflessione mi è venuta leggendo David Copperfield, che è considerato il migliore dei romanzi di Dickens, e rende giustizia alla fama, ma consta di 1100 pagine di letteratura sì elevata, ma pressoché infinita. Quasi all’improvviso sono passato dal buttar giù, per così dire, molte decine di pagine al giorno, alla fatica di leggerne anche solo una decina. Eppure, il libro mi piace, non me ne sono stufato. E allora?
E allora, credo che sia un qualcosa simile all’effetto “pranzo di nozze”. Se ti abbuffi di roba buona, ad un certo punto cominci a essere sazio, e hai bisogno di digiuno o almeno di qualcosa di più leggero, di meno saporito.
Potrebbe valere anche per la lettura? Forse sì. O magari non proprio. Magari, semplicemente, si vuole cambiare voce narrante, situazione, epoca, stile. Magari si vuole vedere un altro mondo, che so, il mondo visto da Hemingway anziché continuare ancora con quello visto da Dickens. Perché alla fine, leggere un libro equivale a vivere nel mondo secondo la particolare visione del suo autore.
Insomma, qualunque sia il motivo, prima o poi può capitare di impantanarsi. Un po’ l’effetto “Guerra e pace”, in definitiva. Io combatto l’impantanamento alternando la lettura del “mattone” a quella di un altro libro di genere e stile molto diverso, certamente più leggero; ma la controindicazione è che l’impantanamento rischia di diventare cronico, e di non riuscire più ad andare avanti come nelle sabbie mobili, le sabbie mobili della lettura.