Bukowski: uno di noi?

Se Bukowski fosse vissuto ora, di questi tempi e in questi luoghi, come sarebbe stata la sua vita? Si sarebbe adattato, e avrebbe trovato il modo di condurre un’esistenza come quella che ha avuto? Ogni tanto me lo chiedo, mentre attraverso le periferie o passeggio in un centro commerciale e vedo quell’umanità che vive a stento ai bordi della società sfavillante di luci e di alberi di Natale, cercando di stare al passo della società con gli acquisti a rate, anche della spesa. Avrebbe avuto abbastanza talento, e fortuna, da riuscire a fare ciò che ha fatto, ovvero vivere della sua scrittura riuscendo a non lavorare mai per qualcuno?
Vedo persone che non sono ancora barboni, ma che stanno scivolando lentamente in quella condizione. Li immagino nei bar, un bicchiere di qualcosa di forte davanti, non whisky ma più probabilmente acquavite scadente, lo sguardo vacuo e trasparente perso nel niente, o attaccato alla TV con i risultati delle ultime estrazioni del lotto. Voce gracchiante dall’altoparlante, solo poche parole del proprietario del bar (“fanno due euro, ecco qui, arrivederci”) e il rumore secco del vetro dei bicchieri che urta il bancone d’acciaio graffiato a disturbare la sequenza di numeri e nomi di città.
Bukowski era uno scommettitore, innanzitutto sulla propria vita e sulle proprie fortune. Praticamente la sua vita è stata sempre divisa tra la scrittura, il bere e le corse dei cavalli. Risultato inevitabile di un’infanzia difficile, da figlio di immigrato? Vocazione? Casualità? Non so, non lo ha mai saputo nessuno. Quel che è certo, però, è che il suo talento richiedeva il bere e le scommesse, che a loro volta probabilmente lo alimentavano, o meglio costituivano il terreno sul quale seminare e coltivare le sue storie. Chi ha letto qualcosa di Bukowski non può non aver notato che le sue storie sono sempre un impasto di questi elementi: il bere, la miseria, le scommesse, e un’umanità di derelitti a contorno. E anche quando Chinasky (il protagonista della maggior parte dei romanzi della maturità) ha fatto fortuna, non riesce e non vuole staccarsi da quel mondo di disgraziati al quale lui sa realmente di appartenere. Alla fine, l’arte di Bukowski è tutta qui: storie banali, di poveracci, descritte con un meraviglioso talento, e bagnate con litri di alcool per non renderle troppo secche, troppo attaccate alla realtà.
Tornando alla domanda iniziale, se Bukowski fosse vissuto oggi, credo che si sarebbe adattato, in definitiva. Ma le sue opere sarebbero state differenti, o le stesse che conosciamo? Non lo sapremo mai, naturalmente, e la stessa domanda è oziosa. Però la magia dei suoi libri sta nel raccontare storie universali, in quanto adattabili a qualunque ambiente dove alberghino la miseria, il dolore, la disperazione del vivere, le difficoltà del trovare il proprio misero angolo mentale dove rifugiarsi. E quindi, in questo senso Bukowski è un po’ uno di noi.
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2 thoughts on “Bukowski: uno di noi?

  1. Riflessione molto interessante, mi fa pensare a come le persone vedevano Bukowsky prima che diventasse Bukowsky. Chissà perché ci piace leggere di debolezze e devianze ma non sopportiamo di vedercele intorno nella vita reale. Forse l'attrazione per la miseria, fisica e mentale, non ci fa così paura sulla pagina scritta, è innocua, mentre ci spaventa vederla in azione, sapere che potrebbe accadere ad ognuno di noi, forse sta già accadendo.

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