"La solitudine di un riporto" di Daniele Zito: perché dovete assolutamente leggerlo

Inizio dalla fine, così poi è più facile: mi è piaciuto. Anzi, mi è piaciuto molto, questo La solitudine di un riporto, di Daniele Zito. Che è un romanzo molto particolare, un libro che ne racchiude molti altri insieme.
Ciò che mi ha conquistato da subito è l’abbondanza di riferimenti letterari. Si vede che lo scrittore è uno che è innanzitutto lettore, e questo è un qualcosa che alla scrittura fa infinitamente bene e aumenta il livello dei romanzi. Ci sono mille riferimenti più o meno espliciti a personaggi, situazioni, stili, autori. Riferimenti, non copiature. Solo omaggi, riconoscimenti rispettosi ma anche ironici come fa un lettore nei confronti dei propri autori preferiti.
Della storia non voglio raccontare granché: è un thriller, e quindi la regola è di anticipare poco. Dico solo che racconta la storia di un libraio atipico: fa il libraio per caso, non ama (più) i libri, anzi utilizza le pagine di Anna Karenina per lo scopo meno nobile possibile (che non dico ma si può immaginare, ed è riportato anche in quarta di copertina). Vive solo, ed è legato suo malgrado a una organizzazione mafiosa. E con la trama la chiudo qui. Aggiungo solo che i legami familiari giocano un ruolo importante nella sua vicenda personale.
Per il resto, la storia si dipana con sapienza sino alla conclusione col botto, e il passato (che è sempre maledettamente importante, non solo nei romanzi) affiora a poco a poco nel corso della lettura. La personalità del protagonista emerge progressivamente e in modo netto, ben sfaccettato col progredire del romanzo.
Il protagonista, il libraio appunto, è un personaggio potentissimo, e folle. Vive circondato da personaggi che sembrano vivere realmente, sono tutt’altro che adimensionali o stereotipati: anzi, emergono con prepotenza dalla pagina come dei pop-up.
Ma il più forte è naturalmente il protagonista. Mi ha ricordato due personaggi celeberrimi della letteratura. Il primo è il Popinga di L’uomo che guardava passare i treni di Simenon, per il progressivo svilupparsi della sua ossessiva follia, il rapporto con le donne, e per la voglia di mollare tutto e cambiare vita. Ma per l’attaccamento, nonostante tutto, alla concretezza di tutti i giorni, trovando un proprio equilibrio pur in una situazione di mancanza reale di libertà mi ha riportato alla mente il Yakov Bok protagonista di L’uomo di Kiev di Bernard Malamud.
Confronti importanti, certo; ma mi sento di poterli fare perché il libro è di assoluto valore, ed è scritto con ironia, disincanto, e affetto per le vicende del mondo. Non un’analisi da entomologo degli uomini, insomma, ma da appassionato della vita.

Potete ascoltarmi su spreaker: http://www.spreaker.com/user/7071958/daniele-zito-la-solitudine-di-un-riporto o scaricare questo post

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