Un pezzo della nostra vita in "L’anno di vento e sabbia" di Roberto Delogu

L’inizio degli anni ’80. Una città, Cagliari, che stenta a trovare la propria identità insieme alla Sardegna, alla quale appartiene. Anzi, ancora di più della Sardegna, perché spesso risulta estranea alla sua terra stessa.
A Cagliari c’è il mare, c’è la spiaggia, anzi la Spiaggia: il Poetto, palcoscenico sul quale si celebrano fidanzamenti e promessi di matrimonio, si piangono separazioni, si suggellano affari leciti e illeciti.
Gigi ha dieci anni, e passa l’estate al mare con suo padre in una di quelle piccole case di legno coloratissime, sollevate dalla sabbia su pali come palafitte, che erano i casotti, che dalla spiaggia verrano eliminati pochi anni dopo. E’ un’estate speciale, purtroppo indimenticabile per Gigi: sua madre lascia il padre, va via, ricomparendo nella sua vita solo per qualche fine settimana. E per Gigi comincia un periodo di confusione e di tristezza ma anche di scoperta della vita, di crescita, di maturazione e accettazione.
Durante un intero inverno trascorso sulla spiaggia abitando nel casotto, Gigi diventa la mascotte di un gruppo di personaggi nitidi e divertenti come se uscissero direttamente dalla Commedia dell’Arte, e anche per questo teneri e umani. Diventano la nuova famiglia di Gigi, affannandosi per non fargli sentire troppo la mancanza della mamma. Tutto questo mentre alle vicende personali di Gigi e della sua nuova “famiglia” si intrecciano le vicende politiche degli anni dopo il sequestro di Aldo Moro, e soprattutto quelle delle Brigate Rosse sarde, che fanno rivivere momenti confusi e dolorosi.
Il romanzo vive a mio avviso su due piani. Il primo è quello delle vicende di Gigi, e dei suoi patimenti e turbamenti, sino alla conclusione ai giorni nostri: Gigi e i suoi sforzi per crescere e per essere felice, e per trovare un equilibrio con il mondo e l’umanità chelo circonda.
Il secondo piano è costituito da tutto ciò che appare come il fondale sul quale le vicende di Gigi si srotolano, e che ben presto si rivela come non un semplice fondale, ma una parte irrinunciabile della storia stessa, come ben capisce chiunque abbia vissuto quegli anni a un’età sufficiente per capire, e ricordare. Parlo della città, parlo del Poetto, da annoverare tra i protagonisti, parlo soprattutto di quel mondo disperatamente in cerca di modernità ma ancora suo malgrado ancorato al passato che sono stati gli anni ’80 in provincia.
Perché consiglio di leggere questo romanzo? Innanzitutto e semplicemente perché è bello. La storia è toccante e realistica, i personaggi sono vivi e nitidi, la scrittura è ironica, leggera, semplice ma ricca di similitudini, secondo uno stile che definisco (senza però poterlo spiegare a parole) “da cagliaritano”. Poi, consiglio di leggerlo perché ritengo utile ricordarci come vivevamo appena trent’anni fa. Molti meno beni, l’elettronica di consumo non era ancora considerata un bene primario, il mondo era molto più chiuso e parcellizzato. Se volevi vedere un luogo dovevi andarci, non c’era verso; se volevi saperne di più sui Pigmei dovevi sfogliare un’enciclopedia, se ce l’avevi. E questa fisicità dell’apprendere limitava il campo d’azione, le conoscenze. Rendendo però il sapere più importante, solido, meno svilito. Contrapponeva la cultura al nozionismo, e la informazione al sentito dire.
Insomma, come per le foto. Le foto non erano digitali, e prima di scattarne una ci pensavi bene e cercavi di dare il massimo, perché prima di vederla dovevi finire il rullino, portarle a sviluppare, pagare, aspettare anche una settimana. Ora, scatti quanto vuoi, senza nessuna preoccupazione, col risultato che quella cura che mettevi prima è svanita, non esiste più. Hai migliaia e migliaia di foto che non hai mai guardato, che non guarderai più. Momenti che non rivivrai. Mentre grazie a Roberto Delogu, quei momenti non puoi non riviverli.
Roberto Delogu è uno scrittore avvocato, o un avvocato scrittore (la cosa non è chiara) che si definisce “prevalentemente pescatore”. E’ nato e vive a Cagliari. “L’anno di vento e sabbia” è il suo secondo romanzo dopo “La sincerità è un’inutile cattiveria”, pubblicato da Madrikè nel 2010.
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