Dipingere con le parole

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Descrizioni, descrizioni, descrizioni.. Ma come si fa a descrivere un paesaggio, un luogo, una persona senza finire per mettere giù un elenco di dettagli, di aggettivi? Rovesciando il concetto di descrizione, secondo me.

Se doveste descrivere a un amico un vostro nipotino che ha la caratteristica di essere scatenato, di combinarne di tutti i colori, difficilmente vi focalizzereste sul colore dei capelli o degli occhi, oppure sul suo modo di parlare. Molto probabilmente mettereste in evidenza le sue caratteristiche legate in qualche modo (o direttamente o per contrasto) a quella principale. Per esempio, direste: è alto così, tuttavia riesce ad arrampicarsi dappertutto, lo sgridi ma sorride sempre, eccetera. Non credo che direste: ha i capelli biondi e calza già 33.

Questo per arrivare al dunque, ovvero: i personaggi con le loro caratteristiche come persone sono al centro della storia, e da loro bisogna partire (o almeno è ciò che generalmente fanno gli scrittori più apprezzati). Come persone che, come tutti noi, sono fatte di abitudini, tic, convinzioni, desideri, paure. E ai personaggi “appiccicare” i luoghi.

Per capirci lasciatemi utilizzare un passo di Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson, una straordinaria raccolta di racconti legati dall’ambientazione nella stessa cittadina, quella che dà il titolo all’opera. E’ l’inizio del racconto Mani, il secondo della raccolta. Attenti, sta per cominciare il film.

Sulla veranda quasi cadente di una piccola casa di legno che sorgeva sull’orlo di un burrone vicino alla città di Winesburg, Ohio, un vecchio uomo piccolo e grasso camminava nervosamente su e giù. Al di là di un lungo campo che era stato seminato a trifoglio, ma che aveva prodotto soltanto un grande raccolto di erbaccia gialla, egli poteva vedere la strada maestra, lungo la quale si muoveva un carro colmo di gente che tornava dai campi dove si era recata per raccogliere le fragole. I raccoglitori di fragole, ragazzi e ragazze, ridevano e gridavano facendo un gran chiasso. Un ragazzo con una camicia azzurra saltò giù dal carro e cercò di trascinare con sè una delle ragazze, che gridava e protesstava con voce stridula. I piedi del ragazzo sulla strada fecero alzare una nuvola di polvere che fluttuò davanti al sole morente.

Questo si chiama dipingere con le parole. La macchina da presa inquadra in campo medio l’uomo grasso che cammina su e giù, poi si spinge oltre il campo che sarebbe dovuto essere verde ma comunque è giallo, si sofferma in zoom sul carro, coglie la pennellata di azzurro della camicia del ragazzo, la nuvola leggera in controluce della polvere alzata dai suoi piedi, registra le voci limpide nella calma della sera.

Qual è il segreto di una prosa così? Proviamo a riprendere le prime righe.

Sulla veranda quasi cadente di una piccola casa di legno che sorgeva sull’orlo di un burrone vicino alla città di Winesburg, Ohio, un vecchio uomo piccolo e grasso camminava nervosamente su e giù.

 Il protagonista, il nucleo, è l’ometto piccolo e grasso. Ma non compare all’inizio, anzi. La scrittura è una spirale che comincia a girare, sino ad arrivare al centro, al fuoco del periodo:

 Sulla veranda quasi cadente di una piccola casa di legno che sorgeva sull’orlo di un burrone vicino alla città di Winesburg, Ohio….

E ora siamo pronti per vedere entrare in scena il centro, il fuoco della scena:

 …un vecchio uomo piccolo e grasso camminava nervosamente su e giù.

Non serve altro, per catturarci. Scrittura come un gorgo che si avvolge e ci trascina. In quel “nervosamente su e giù” c’è un carattere, uno stato d’animo, una sensazione negativa, di angustia. Perché quell’uomo piccolo e grasso cammina nervosamente? E allora, stacco della cinepresa.

Al di là di un lungo campo che era stato seminato a trifoglio, ma che aveva prodotto soltanto un grande raccolto di erbaccia gialla, egli poteva vedere la strada maestra, lungo la quale si muoveva un carro colmo di gente che tornava dai campi dove si era recata per raccogliere le fragole.

Il prato seminato a trifoglio ma che aveva dato solo un “grande raccolto di ebaccia gialla” non è uguale a “un campo di erba secca”, vero? E poi, ancora una volta, il centro della scrittura solo alla fine del periodo, come un premio: il carro dei raccoglitori. Qui si zooma ulteriormente.

I raccoglitori di fragole, ragazzi e ragazze, ridevano e gridavano facendo un gran chiasso. Un ragazzo con una camicia azzurra saltò giù dal carro e cercò di trascinare con sè una delle ragazze, che gridava e protesstava con voce stridula. I piedi del ragazzo sulla strada fecero alzare una nuvola di polvere che fluttuò davanti al sole morente.

Pennellate veloci che rendono viva e reale la scena. Ma non è che è proprio tutta questa ilarità e gioia, questo divertirsi, la causa indiretta dell’angustia dell’uomo? Ci viene indirettamente confermato poco sotto.

Wing Biddlebaum, sempre impaurito e assillato da una schiera spettrale di dubbi, non riusciva mai a considerare sè stesso come una parte della vita della città in cui viveva da vent’anni.

Insomma, provando a tirare le somme:

1. persone al centro della descrizione

2. scrittura a strati, a spirale

3. pennellate di parole (questo concetto non riesco a spiegarlo in modo preciso, ma spero che risulti chiaro da tutto quanto scritto sopra).

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