Inganni a fin di bene

Il lettore va un po’ preso in giro, ingannato. Veramente. Bisogna farlo per il suo bene, per rendergli la lettura interessante, appassionante. Se il racconto procede in modo lineare, e tutto viene spiegato chiaramente e con ordine, il lettore viene messo a parte di una storia, ma difficilmente riuscirà ad appassionarvisi, a vivere dentro quel mondo e con quei personaggi. I protagonisti saranno immagini filiformi disegnate dal contorno di inchiostro delle lettere, non riusciranno a uscire dalla pagina. In definitiva, lo scrittore non sarà riuscito a  tradurre il proprio “sogno” in parole, e le parole non saranno adeguate a far vivere lo stesso sogno al lettore.
Per far capire che cosa intendo, voglio utilizzare un grandissimo scrittore, Mmurakami., e il suo “L’uccello che girava le viti del mondo”. Ecco come Murakami gioca con il lettore sin dalla prima pagina. Sono proprio le prime righe, l’attacco.
Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano La gazza ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando.
Visto il “trucco” narrativo? E’ proprio la struttura. Lo squillo del telefono è un nucleo, è il fuoco della fotografia, e intorno sono sistemate, a strati, le parole. Il protagonista sta cucinando della pasta, sta per pranzare o cenare. Poi un ulteriore strato: si tratta di spaghetti, e c’è della musica, Rossini. Un amante dell’Italia, della lirica, evidentemente. Uno svolgimento lineare invece sarebbe stato qualcosa come: “Stavo preparandomi degli spaghetti. Accesi la radio e la sintonizzai su un stazione che trasmetteva Rossini, che amavo particolarmente. Ad un certo punto squillò il telefono”. Estremamente banale, no? Andiamo avanti.
Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuova proposta di lavoro.
Quindi è disoccupato, sta cercando un lavoro. Si “rassegna ad abbassare il fuoco”, non c’è bisogno di aggiungere qualcosa come “sbuffando” o “lamentandomi”: è tutto in quel rassegnarsi, c’è un atteggiamento, quasi un approccio alla vita.
Poi va avanti, risponde al telefono.
– Vorrei dieci minuti del tuo tempo – disse senza preamboli una voce di donna..
Io sono piuttosto bravo a riconoscere le persone dalla voce, quella lì però non l’avevo mai sentita.
– Scusi, con chi desidera parlare? – chiesi educatamente. […] Sporsi la testa oltre la porta a guardare in cucina: dalla pentola si alzava bianco vapore, Abbado continuava a dirigere la Gazza Ladra.
La preoccupazione per gli spaghetti sul fuoco è tutta in quello sporgersi attraverso la porta della cucina. A questo punto il lettore è inchiodato alla storia, la sta osservando dal di dentro. E arriva la sorpresa definitiva.
– Scusi, ma ho gli spaghetti sul fuoco, non potrebbe chiamare più tardi?
– Spaghetti? – fece lei in tono sconcertato. – Spaghetti alle dieci e mezzo del mattino?
Immaginate come tutto sarebbe stato diverso se questa informazione, che sorprende e precipita il lettore nella storia in modo definitivo, fosse stata data da subito: “Erano le dieci e mezzo del mattino. Mi stavo preparando degli spaghetti. Sintonizzai la radio su una stazione che trasmetteva Rossini che ho sempre amato, quando squillò il telefono”. Più banale di così…
Invece, Murakami rovescia tutta la logica della narrazione. Mantiene l’informazione più importante e interessante per ultima, la tira fuori dal cilindro all’improvviso, proprio quando crediamo di avere inquadrato la scena. Inganna il lettore, certo: ma come dicevo in apertura, lo fa a fin di bene.
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