Il corpo e il cuore, ovvero: ognuno ha la sua ossessione

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Ci sono atleti che si allenano un giorno dopo l’altro, maratoneti senza altro in testa che quei chilometri da percorrere, senza badare alla pioggia fredda che batte o al sole che spacca la strada. Sempre lo stesso, un giorno dopo l’altro, trascurando la famiglia, gli amici, a volte il lavoro. Una continua battaglia con sè stessi, sempre a combattere, brigare, faticare. Sempre.

Ci sono persone che scrivono. Lo fanno ogni giorno, la sera, dopo aver lavorato e aver messo a letto i bambini, lavato una caterva di piatti, preparato la tavola per la colazione del giorno dopo. Ossessivamente, grattano con la penna su quaderni, schiacciano tasti su tastiere, annotano, scrivono, scrivono, correggono e si incazzano con le parole maledette che non si piegano mai alla loro funzione. La loro ossessione non conosce domeniche o ferie, notti o pigre mattinate domenicali tra consolatorie coperte. Perché? Perché si scrive in questo modo, come se si dovesse correre la maratona di New York e si vorrebbe anche avere chance di piazzarsi decentemente?

Sono le dieci di sera, e io sto scrivendo un post. Molto modesto sotto l’aspetto letterario, ma sto pur sempre scrivendo. Perché? Perché si scrive, perchè scriviamo? E se esiste una risposta, è una risposta univoca oppure ognuno ha le proprie motivazioni, è mosso da forze differenti dagli altri?

Io scrivo perché amo leggere e amo i libri. Sinora non sono riuscito a trovare nessun’altra risposta. Amo il mondo della letteratura (non dell’editoria, ma il mondo che i libri ci fanno vivere), e scrivere è un modo per viverci dentro. E’ un modo per sognare. E’ uno strumento di seduzione nei confronti di sè stessi, un tentativo di conquistarsi.

Impresa impossibile, questa. Truman Capote disse: “Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l’autoflagellazione“. Naturalmente il dono è stato concesso a lui, a lui e a pochi altri, ma il non possederlo rende ancora più doloroso e angosciante il processo di scrittura, perché si è costretti sempre a scontrarsi contro un risultato che è infinitamente peggiore non solo di ciò che avremmo voluto (è ovvio), ma anche di come la scrittura ha vissuto nella nostra mente, scrittura che poi nel processo di essere trasformata in parola scritta si è dimostrata poca cosa. E’ come il maratoneta, che ha una mente sempre giovane, decennio dopo decennio, ma il corpo non lo segue più. Immagina la gara, se la rigira nella sua testa, finalmente si decide ad andare ad allenarsi. Sceglie le scarpe più fidate, quelle che non l’hanno mai tradito, che sono sempre state complici delle sue vittorie. Sono un po’ sformate, i colori non più brillanti, la suola con qualche crepa. Le ritrova come un amico carissimo che non vede da una vita. Si scalda, accelera, corre. E scopre che il suo corpo è poca cosa, rispetto a ciò che si aspettava il suo cuore. Sempre troppo pesante, rigido, affannato.

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