Perché secondo me l’editoria a pagamento nuoce innanzitutto a chi scrive (e perché il self publishing forse no)

ImmagineScrivere bene è difficile. Sono convinto che occorra talento, e ancor di più lavoro. Edison (sì, è vero, non era uno scrittore, ma è stato pur sempre un genio e sapeva di che cosa parlava) sosteneva che il genio è 1% ispirazione e 99% traspirazione, ovvero sudore, fatica, impegno. Credo che valga anche per la scrittura.

Voglio fare un esempio sia pure poco originale, ovvero paragonare lo scrittore a un atleta. Per avere risultati di rilievo (nel caso dello scrittore la pubblicazione e una certa notorietà) bisogna darsi da fare, allenarsi, porsi dei traguardi e faticare per raggiungerli. I grandi atleti sono tali non solo perché ci sono nati, ma anche perché hanno la capacità di coltivare il talento, di allenarlo con disciplina e rigore, di non arrendersi mai, neanche quando tutto sembra congiurare contro di loro. Scusate la lunga premessa, ma mi serve per introdurre una mia convinzione: la pubblicazione a pagamento fa del male innanzitutto a  chi scrive. Sì, perché di fatto gli impedisce di migliorare, lo droga, e alla lunga lo sfianca e lo porta ad abbandonare. Un po’ come un atleta che corresse solo e sempre gare amatoriali di categorie inferiori e comprasse la partecipazione, invece che conquistarla con il proprio record personale.

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Dipingere con le parole

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Descrizioni, descrizioni, descrizioni.. Ma come si fa a descrivere un paesaggio, un luogo, una persona senza finire per mettere giù un elenco di dettagli, di aggettivi? Rovesciando il concetto di descrizione, secondo me.

Se doveste descrivere a un amico un vostro nipotino che ha la caratteristica di essere scatenato, di combinarne di tutti i colori, difficilmente vi focalizzereste sul colore dei capelli o degli occhi, oppure sul suo modo di parlare. Molto probabilmente mettereste in evidenza le sue caratteristiche legate in qualche modo (o direttamente o per contrasto) a quella principale. Per esempio, direste: è alto così, tuttavia riesce ad arrampicarsi dappertutto, lo sgridi ma sorride sempre, eccetera. Non credo che direste: ha i capelli biondi e calza già 33.

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Inganni a fin di bene

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Il lettore va un po’ preso in giro, ingannato. Veramente. Bisogna farlo per il suo bene, per rendergli la lettura interessante, appassionante. Se il racconto procede in modo lineare, e tutto viene spiegato chiaramente e con ordine, il lettore viene messo a parte di una storia, ma difficilmente riuscirà ad appassionarvisi, a vivere dentro quel mondo e con quei personaggi. I protagonisti saranno immagini filiformi disegnate dal contorno di inchiostro delle lettere, non riusciranno a uscire dalla pagina. In definitiva, lo scrittore non sarà riuscito a  tradurre il proprio “sogno” in parole, e le parole non saranno adeguate a far vivere lo stesso sogno al lettore.

Per far capire che cosa intendo, voglio utilizzare un grandissimo scrittore, Mmurakami., e il suo “L’uccello che girava le viti del mondo”. Ecco come Murakami gioca con il lettore sin dalla prima pagina. Sono proprio le prime righe, l’attacco.

 Avevo la pasta sul fuoco in cucina, quando squillò il telefono. Alla radio davano La gazza ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per prepararsi un piatto di spaghetti, e io l’accompagnavo fischiando.

Visto il “trucco” narrativo? E’ proprio la struttura. Lo squillo del telefono è un nucleo, è il fuoco della fotografia, e intorno sono sistemate, a strati, le parole. Il protagonista sta cucinando della pasta, sta per pranzare o cenare. Poi un ulteriore strato: si tratta di spaghetti, e c’è della musica, Rossini. Un amante dell’Italia, della lirica, evidentemente. Uno svolgimento lineare invece sarebbe stato qualcosa come: “Stavo preparandomi degli spaghetti. Accesi la radio e la sintonizzai su un stazione che trasmetteva Rossini, che amavo particolarmente. Ad un certo punto squillò il telefono”. Estremamente banale, no? Andiamo avanti.

Fui tentato di non rispondere, gli spaghetti erano quasi cotti, e Claudio Abbado stava giusto per portare l’orchestra filarmonica di Londra all’apice dell’intensità drammatica. Pazienza, mi rassegnai ad abbassare il fuoco, andai nel soggiorno e sollevai il ricevitore. Poteva anche essere un conoscente con qualche nuova proposta di lavoro.

Quindi è disoccupato, sta cercando un lavoro. Si “rassegna ad abbassare il fuoco”, non c’è bisogno di aggiungere qualcosa come “sbuffando” o “lamentandomi”: è tutto in quel rassegnarsi, c’è un atteggiamento, quasi un approccio alla vita. Poi va avanti, risponde al telefono.

– Vorrei dieci minuti del tuo tempo – disse senza preamboli una voce di donna..

Io sono piuttosto bravo a riconoscere le persone dalla voce, quella lì però non l’avevo mai sentita.

– Scusi, con chi desidera parlare? – chiesi educatamente. […] Sporsi la testa oltre la porta a guardare in cucina: dalla pentola si alzava bianco vapore, Abbado continuava a dirigere la Gazza Ladra.

 La preoccupazione per gli spaghetti sul fuoco è tutta in quello sporgersi attraverso la porta della cucina. A questo punto il lettore è inchiodato alla storia, la sta osservando dal di dentro. E arriva la sorpresa definitiva.

 – Scusi, ma ho gli spaghetti sul fuoco, non potrebbe chiamare più tardi?

– Spaghetti? – fece lei in tono sconcertato. – Spaghetti alle dieci e mezzo del mattino?

Immaginate come tutto sarebbe stato diverso se questa informazione, che sorprende e precipita il lettore nella storia in modo definitivo, fosse stata data da subito: “Erano le dieci e mezzo del mattino. Mi stavo preparando degli spaghetti. Sintonizzai la radio su una stazione che trasmetteva Rossini che ho sempre amato, quando squillò il telefono”. Più banale di così…

Invece, Murakami rovescia tutta la logica della narrazione. Mantiene l’informazione più importante e interessante per ultima, la tira fuori dal cilindro all’improvviso, proprio quando crediamo di avere inquadrato la scena. Inganna il lettore, certo: ma come dicevo in apertura, lo fa a fin di bene.

Il corpo e il cuore, ovvero: ognuno ha la sua ossessione

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Ci sono atleti che si allenano un giorno dopo l’altro, maratoneti senza altro in testa che quei chilometri da percorrere, senza badare alla pioggia fredda che batte o al sole che spacca la strada. Sempre lo stesso, un giorno dopo l’altro, trascurando la famiglia, gli amici, a volte il lavoro. Una continua battaglia con sè stessi, sempre a combattere, brigare, faticare. Sempre.

Ci sono persone che scrivono. Lo fanno ogni giorno, la sera, dopo aver lavorato e aver messo a letto i bambini, lavato una caterva di piatti, preparato la tavola per la colazione del giorno dopo. Ossessivamente, grattano con la penna su quaderni, schiacciano tasti su tastiere, annotano, scrivono, scrivono, correggono e si incazzano con le parole maledette che non si piegano mai alla loro funzione. La loro ossessione non conosce domeniche o ferie, notti o pigre mattinate domenicali tra consolatorie coperte. Perché? Perché si scrive in questo modo, come se si dovesse correre la maratona di New York e si vorrebbe anche avere chance di piazzarsi decentemente?

Sono le dieci di sera, e io sto scrivendo un post. Molto modesto sotto l’aspetto letterario, ma sto pur sempre scrivendo. Perché? Perché si scrive, perchè scriviamo? E se esiste una risposta, è una risposta univoca oppure ognuno ha le proprie motivazioni, è mosso da forze differenti dagli altri?

Io scrivo perché amo leggere e amo i libri. Sinora non sono riuscito a trovare nessun’altra risposta. Amo il mondo della letteratura (non dell’editoria, ma il mondo che i libri ci fanno vivere), e scrivere è un modo per viverci dentro. E’ un modo per sognare. E’ uno strumento di seduzione nei confronti di sè stessi, un tentativo di conquistarsi.

Impresa impossibile, questa. Truman Capote disse: “Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l’autoflagellazione“. Naturalmente il dono è stato concesso a lui, a lui e a pochi altri, ma il non possederlo rende ancora più doloroso e angosciante il processo di scrittura, perché si è costretti sempre a scontrarsi contro un risultato che è infinitamente peggiore non solo di ciò che avremmo voluto (è ovvio), ma anche di come la scrittura ha vissuto nella nostra mente, scrittura che poi nel processo di essere trasformata in parola scritta si è dimostrata poca cosa. E’ come il maratoneta, che ha una mente sempre giovane, decennio dopo decennio, ma il corpo non lo segue più. Immagina la gara, se la rigira nella sua testa, finalmente si decide ad andare ad allenarsi. Sceglie le scarpe più fidate, quelle che non l’hanno mai tradito, che sono sempre state complici delle sue vittorie. Sono un po’ sformate, i colori non più brillanti, la suola con qualche crepa. Le ritrova come un amico carissimo che non vede da una vita. Si scalda, accelera, corre. E scopre che il suo corpo è poca cosa, rispetto a ciò che si aspettava il suo cuore. Sempre troppo pesante, rigido, affannato.

L’unico, definitivo manuale di scrittura

Chi segue questo blog sa che ogni tanto mi piace riportare i consigli di scrittura di autori famosi, i trucchi o le regole che aiutano a scrivere meglio, o a essere costanti e assidui tirando fuori il meglio da sè. In passato ho parlato dei consigli di scrittura di Roddy Doyle, di Elmore Leonard, di Jonathan Coe e di altri. Mi piace il fascino che emanano gli elenchi di regole, che spesso sono anche divertenti da leggere e spiritose (celebri le "regole" di Umberto Eco).

Ho riletto recentemente, a distanza di molti anni dalla prima volta, Il grande Gatsby. Che cosa c'entra con le regole di scrittura, vi chiederete. C'entra eccome; perché Il grande Gatsby non è solo un romanzo. Guardato con occhio un po' attento è l'esempio in carta e inchiostro di un manuale di scrittura creativa. Oltre alla piacevolissima narrazione, da una lettura di questo romanzo c'è veramente tanto da imparare.

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