La valigia dell’autore

Foto tratta dal blog http://vocenellombra.blogspot.it/
Gli attori di un tempo venivano raffigurati sempre con la valigia in mano, eterni girovaghi da un palcoscenico all'altro, cene fredde in trattorie squallide e letti pessimi in piccoli alberghi di stazione.
L'immagine in molte occasioni, almeno per gli attori di avanspettacolo, corrispondeva a verità. Effettivamente chi non era abbastanza bravo (e fortunato) da appartenere a una compagnia di grido doveva accontentarsi di teatri minori, con poche repliche e tanti chilometri in treno, e una vita di sacrifici e incertezze in attesa di una scrittura.
Ora, sicuramente, le cose per gli attori sono cambiate, se non altro perché i piccoli teatri di provincia hanno chiuso.

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Libro lungo o libro corto?

Sì, mi rendo conto che è una domanda oziosa, quella del titolo, ma alle undici di sera prima di andare a dormire si può pure filosofare sul nulla.
Bene, se si parla di numero di pagine, io preferisco i libri lunghi. Attenzione, non roba da mille pagine, intendo, non libri-grandi-come-una-scatola-da-scarpe come I pilastri della terra o simili, no. Intendo tra le 300 e le 400 pagine. E per un motivo del quale un po’ mi vergogno: perché rispetto a quanto spendi c’è più da leggere.
Sicuramente, è difficile che compri un libro che abbia meno di 150 pagine, e impossibile che ne compri uno con meno di cento; quando invece vedo che le pagine sono numeri tipo “329” oppure “378”, qualcosa mi scatta dentro e mi sento maggiormente invogliato a comprare (devo anzi confessare che su IBS, il numero di pagine del libro che sto considerando è una delle prime cose che guardo).
E poi, se il libro mi piac e le pagine sono tante, sono contento che il godimento duri più a lungo; se invece proprio non mi piace, lo interrompo comunque, indipendentemente dal numero di pagine totali.
Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate, e quali sono le vostre preferenze.

Buon compleanno, Jack – 91 anni fa nasceva un mito dei nostri tempi

Jack Kerouac non ha bisogno di presentazioni. La sua letteratura ha impegnato così a fondo la nostra cultura e segnato in modo così netto un’epoca che, per dire, non si può pensare agli anni Cinquanta e Sessanta o alla letteratura di viaggio senza fare immediatamente un raffronto con lui.
Naturalmente l’opera di Kerouac fu molto altro. Si colloca in un periodo, in una generazione, la Beat Generation appunto, che ha diviso con artisti come William Burroughs o Allen Ginsberg, o Fernanda Pivano.
Inizia a scrivere molto giovane. A 23 anni scrive Orfeo emerso, che  però verrà pubblicato postumo. Il suo esordio nel panorama dei libri editi è con La città e la metropoli, ma è ricordato per On the road, il suo romanzo più famoso. E’ morto di cirrosi epatica a soli 47 anni.
“Alcune persone hanno delle vibrazioni che vengono dritte dal cuore vibrante del sole”,  disse una volta Kerouac; e lui certamente era una di queste.

L’importanza dell’inizio

Foto dal sito http://gualtierofestini.wordpress.com/

Perché l'incipit in un romanzo è considerato una parte così importante, un elemento così decisivo nel determinare la "qualità" del prodotto nel suo complesso? Certo, è il primo impatto con la storia, ma ciò è sufficiente a giustificare tutto il dissertare sulla crucialità delle prime venti o trenta righe?
Io ripongo molta fiducia nell'incipit. Prendo un libro, lo apro alle prime pagine, vado alle parole iniziali, analizzo istintivamente (ossimoro?) le sensazioni che mi suscitano. Cerco automaticamente di capire (non razionalmente, sia chiaro) se possa nascere l'amore tra me e il libro, o almeno quella che nei vecchi film degli anni Quaranta veniva chiamata "una tenera amicizia". O come minimo se possa essermi simpatico, alla fine della lettura.

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