Il libro di inizio d’anno

Cerco sempre di iniziare l’anno, ovvero generalmente di finire l’anno precedente, con un romanzo memorabile. E come si fa? Semplice: ci si affida all’intuito. Perché i romanzi vanno scelti bene al momento dell’acquisto, cercando di intuire se già prendendoli in mano, leggendo la quarta di copertina e sbirciando tra le pagine ci comunicano qualcosa.

Ho cominciato il 2012 con “La ballata di John Reddy Hearth”, di Joyce Carol Oates, un libro veramente notevole, mentre il mio primo libro del 2011 è stato “Una cosa da nulla”, di Mike Haddon, che mi è rimasto attaccato all’anima. E per il 2013?
Gli ultimissimi giorni dello scorso anno ho cominciato a leggere “Gli inquilini”, di Bernard Malamud, un autore straordinario i cui romanzi sono ormai annoverati tra i classici. E ho avuto una sorpresa.
Sì, perché “Gli inquilini”, oltre a essere un gradevolissimo romanzo èanche, in un certo senso, un manuale di scrittura. Certo, non un manuale in senso tradizionale, e non in tutte le pagine, ma è denso di indicazioni sul rapporto tra scrittore e libro, e anche, tenetevi forte, tra scrittore e arte. Veramente.
In breve, racconta l’incontro e la coesistenza conflittuale tra due scrittori, ultimi inquilini di un palazzo che sta per essere demolito per far posto a un condominio di lusso, ed entrambi ossessionati dal libro che stanno scrivendo. Uno è bianco, ebreo, di una certa esperienza come scrittore, intimistico e introverso. L’altro è nero, fortemente politicizzato e arrabbiato, alle prime armi. Nel dialogo tra i due sono contenuti barlumi di luce su come e perché si scrive, e su quali siano i patimenti che attendono chi crede nella scrittura e la vive come un processo vitale.
“Continua a sfuggirmi la visione di insieme, capisci cosa voglio dire? Ieri mi era sembrato di avere buttato giù delle pagine molto buone, ma quando ci ho ripensato a casa della mia ragazza tutto quello che avevo scritto è saltato in aria nella mia testa come un castello di carte. Cristo, una cosa così ti ammazza.”

In poche righe si riassume l’ossessione dello scrittore, la condanna a fare e poi disfare, unica modalità di lavoro che rassicuri realmente sulle possibilità di riuscita, anche se non le garantisce. E ancora:

“- Ho il culo piatto da quanto ci ho lavorato. Ci ho lavorato oltre il possibile, caro mio. Questa è la quarta stesura, quante ne devo fare ancora?-
– Prova a farne un’altra.-“

 Il finale è terribile, forse l’unico possibile, l’unico giusto. Ma comunque, chi scrive e lo fa con vera passione e intensità non può non riconoscersi almeno a sprazzi alternativamente in Lesser o in Spear, con le loro profonde ma antitetiche visioni di ciò che sia l’arte e la letteratura.
Lesser (il bianco ebreo):

“Se parliamo d’arte, la forma rivendica il posto che le spetta, altrimenti non esiste ordine e forse neanche significato.”

Spear (il nero):

“[…] se quando uno dice: Mettiti a sedere vuol dire due cose diverse per te e per me, è chiaro che la narrativa nera deve essere diversa da quella bianca. Se l’esperienza la rende diversa, allora anche le parole devono renderla diversa.”

Due posizione antitetiche, evidentemente. Ma chi ha ragione? E a quale aderire?

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