Letture: Libra, di Don De Lillo

22 novembre 1963. La lunga Lincoln scoperta blu con a bordo John F. Kennedy, Jakie Kennedy, il governatore del Texas e sua moglie percorre lentamente le vie di Dallas nel fuoco di mezzogiorno. Tutto intorno folla che urla, sventola bandierine, scatta fotografie. JFK ha scelto di non avere agenti sui predellini, perché vuole dare un messaggio di fiducia dopo la ingenua e sciagurata vicenda della Baia dei Porci, in uno Stato maggiormente repubblicano. Va incontro al suo destino, e all’appuntamento con la storia.

La Lincoln, scintillante nel sole, procedendo a passo d’uomo svolta in Elm Street. Dove, a una finestra  al quinto piano di un magazzino di libri, è appostato Lee Oswald, ventiquattro anni e un passato travagliato, con un fucile.

Oswald solleva l’arma, aspetta che la lunga auto scintillante sfili sotto di lui, prende la mira, spara. Spara due volte. Ma i colpi sparati sono tre, e l’ultimo è quello mortale. Perché Oswald a sparare, anche se lo ignorava, non era solo.
De Lillo racconta la vicenda partendo invece che dai fatti dalle persone. Ricostruisce con la sua scrittura precisa e tagliente l’infanzia di Oswald, l’intrecciarsi della sua vita con quella della moglie Marina, l’ossessione per l’Unione Sovietica sostituita poi dal disincanto, il ritorno in America, la passione per Cuba e Castro. riannoda i fili di un complotto che ha al centro, come se fosse un burattino però, proprio Oswald, contornato da sosia e killer pronti a colpire lasciando che sia lui a pagare per tutti.
La vicenda parte da lontano, dall’infanzia di Oswald, e va avanti come per cerchi concentrici, sino a giungere, alla fine, alla ignara immolazione di Oswald a una causa che non solo condivide, ma che nemmeno conosce.
“Libra” non è un romanzo di facile lettura. Non lo è per l’intreccio, anche faticoso, non lo è per il tema, non lo è perché ci obbliga a vivere nell’esistenza faticosa di Oswald. Però fa pensare, illumina di una luce diversa le versioni ufficiali di un’omicidio paragonabile, per rilievo, forse solo all’11 settembre. Ci dice che la realtà ha diversi piani di lettura, diverse interpretazioni. E che il bene e il male non esistono da soli, o comunque non stanno da una parte sola, soprattutto il male. E il concetto di bene risulta molto più elastico e inafferrabile, impalpabile, spesso addirittura soggettivo.

Nato nel Bronx nel 1936, De Lillo è considerato, insieme a Thomas Pynchon e Paul Auster, uno dei maggiori rappresentanti del cosiddetto “postmodernismo”. Ha scritto, tra gli altri, “Cosmopolis”, “Underworld”, “Rumore bianco”.

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