Ma i dialoghi come si scrivono?

Fonte immagine: Internet
Chi scrive sicuramente ci si è imbattuto: riuscire a scrivere discorsi tra due o più persone, senza che suonino ridicoli, pomposi, o nella migliore delle ipotesi artefatti. Perchè scrivere i dialoghi, si dice, come difficoltà viene subito dopo descrivere una scena di sesso. E allora, frasi che al momento della digitazione sembrano brillanti e originali, alla successiva lettura appaiono poco credibili, fasulle, semplicemente illeggibili.
Eppure, i dialoghi hanno il compito di farci “sentire” la voce dei personaggi, sono fondamentali. Che fare, allora?
Qualche scrittore ha “risolto” il problema praticamente omettendo i dialoghi, o riducendoli all’osso, anche favorito dalla trama. Si pensi per esempio a “Il tuttofare”, di Bernard Malamud, nel quale ci sono pagine e pagine di meravigliosa letteratura senza l’ombra di un dialogo. Altri, si dice, scrivono i dialoghi solo alla fine, dopo aver scritto e revisionato il romanzo (e francamente come una cosa simile sia possibile, proprio non mi viene in mente); e c’è chi, invece, ha l’orecchio per i dialoghi e li mette giù senza tentennamenti sin dalla prima stesura.
Detto tutto questo, mi e vi pongo una domanda: ma esistono regole per buoni dialoghi ? Va detto subito che non credo che ci siano ricette o trucchi; però qualche regoletta per mio uso personale ho provato a elaborarla, e ve la propongo, anche per stimolare la discussione.

1) Ricorda che il dialogo è la voce dei personaggi. Perché i dialoghi siano convincenti, questi personaggi dobbiamo conoscerli a fondo. Significa che dobbiamo prevedere, come fossero nostri familiari o amici di vecchia data, come reagirebbero nella tale situazione, e pertanto che cosa direbbero e come. Naturalmente non è facile a farsi, però è necessario. Calatevi nel personaggio col pensiero, prima di scrivere. Che tipo di reazione avrà? Sarà seccato, stupito, irritato, piacevomente sorpreso? Che coa vorrà esprimere o comunicare con le sue parole?
Ma non solo. Ogni personaggio deve avere la propria voce, il proprio modo di parlare. Un padre non può parlare come il figlio, un sacerdote non parlerà mai come il proprietario di un bar, e viceversa. Pensateci.
2) Non tutti i dialoghi nascono uguali. Pahlaniuk ha detto:”Ci sono tre tipi di discorso: descrittivo, istruttivo, ed espressivo. Descrittivo: “Il sole si era alzato…” Istruttivo: “Cammina, non correre…” Espressivo: “Ahi!” la maggior parte degli scrittori di narrativa usano solo una – al massimo, due – di queste forme. Quindi usatele tutte e tre. Mischiatele fra loro. La gente parla così.” Cerca di capire perché il personaggio dice una certa cosa, e che tipo di dialogo ci vuole.
3) Sii conciso. La brevità è un dono: se i dialoghi sono molto lunghi, sicuramente annoierano. “Il Conte di Montecristo”, uno dei libri più belli di tutti i tempi, è pieno di pagine e pagine di dialoghi, che diventano talvolta quasi fastidiosi. Ma tu non sei Dumas e comunque non vuoi aspettare di essere apprezzato dopo la morte, quindi evita l’ effetto “copione”. I dialoghi devono trovarsi ogni tanto nella narrazione, dare forza, senso, vita, non sostituirsi al fluire del racconto Se ci sono molti particolari o informazioni da riferire, usa il discorso indiretto.
4) Il discorso è anche indiretto. Come detto sopra, il discorso indiretto è altrettanto efficace di quello diretto, e spesso addirittura necessario (mentre quello diretto no). Quindi usalo, con misura e perizia ma usalo.
5) Sii semplice. Cerca di far capire dal contesto e dal testo quale dei personaggi stia parlando, altrimenti appesantirai il discorso. Se proprio devi usare verbi, spesso è sufficiente un “disse”; limita i “borbottò”, “mormorò”, “gemette” eccetera. Ammessi “urlò” e “rispose”, ma con misura.
6) Lasciati ispirare dai tuoi autori preferiti. Leggi i dialoghi degli autori e dei libri che più ti piacciono, e prova ad analizzarli. Sono frequenti? Sono lunghi o corti? qual è il tono? Lo stile è colloquiale, diretto, arzigogolato, aulico o che? E cerca di capire come puoi ottenere lo stesso effetto nel contesto della tua narrazione.
7) Non innamorarti dei dialoghi che hai scritto. Leggi e rileggi i tuoi dialoghi. Se non ti convincono, non cercare di farteli piacere per forza. Se ti piacciono, insospettisciti e criticali severamente. Se proprio non puoi venirne a capo, valuta la possibilità di cancellarli, come suggeriva Hemingway per ogni cosa scritta da te che ti piace.

8) Leggi, leggi, leggi; e poi scrivi senza paura. Questa è la regola più universalmente valida per chi voglia scrivere. Incamera le sensazioni che chi è più esperto di te ti può comunicare, ogni tanto fermati ad analizzare il testo che stai leggendo, soprattutto i paragrafi che più ti colpiscono. E poi scrivi, senza paura. La scrittura è anche scoperta, bisogna osare e lasciarsi andare. Questo vale anche (o soprattutto) per i dialoghi. Tanto, poi, c’è sempre il tasto CANC.

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6 thoughts on “Ma i dialoghi come si scrivono?

  1. Scrivere un dialogo è difficile. Ricordo che quando iniziai a scrivere infilavo una riga dopo l'altra, con il risultato di allungare di molto la storia senza però aggiungere niente. Un dialogo è una facile tentazione.
    Mi sembra che abbia condiviso dei buoni consigli. Certo, poi ognuno ha la sua sensibilità. C'è chi ama (o detesta) le lunghe descrizioni, così come i dialoghi verbosi. L'uso del dialogo in un racconto di Sapkowski, un autentico duello verbale, è molto più incisivo di qualsiasi altro espediente narrativo, anche se in altro contesto l'avrei forse trovato noioso.

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  2. Infatti. Io non amo i lunghi dialoghi, ma non è possibile fare un discorso assoluto, solo statistico. Certo che sono un tema ostico e materia difficile da maneggiare, come anche le descrizioni che giustamente hai citato

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  3. Scrivere un dialogo è difficilissimo, è necessario, secondo me, che lo scrittore dimentichi il proprio modo di parlare, di pensare e, come in una sorta di invasato, per mezzo di se stesso faccia parlare il personaggio. Difficilissimo! I tuoi consigli sono sicuramente un'ottima traccia da tener presente, grazie!

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