Quando tutto è iniziato

Se mi chiedeste quando tutto questo è iniziato, bene, sarei in forte imbarazzo a dirlo, o almeno a lasciarlo intendere, lo giuro. Forse perché non lo so per bene nemmeno io, perché tutto sembrava una cosa assolutamente sotto controllo ma poi, all’improvviso, è degenerata in quella sequenza di eventi a valanga che mi hanno gettato qui.
Sta di fatto che le cose, comunque, sono queste, e non ci posso più fare niente. Sicuro come un tubo di piombo, e certo come è certo che mi chiamo Giacomo.
Però è anche certo che io sono sempre stato uno preciso, che vuole dare pane al pane e vino al vino, e che non si accontenta di individuare un’area, un periodo, una tendenza, una legge comune, un massimo comune denominatore eccetera eccetera eccetera: no. Io, da sempre, o almeno dacché mi ricordo, ovvero praticamente da sempre, ho spaccato il capello in quattro.
E quindi, proprio perché so di essere così inesorabilmente preciso, così innamorato del capello spaccato in quattro parti, ora voglio provare a darvi un riferimento certo. Tutto questo è iniziato quando ho aperto la porta di quell’ultima maledetta cabina elettrica.

Certo, avessi dato ascolto a quel grillo parlante di Anselmo non sarei andato lì, quella sera; però probabilmente non avrei nemmeno vissuto sino a questo punto. Chi è che ha detto: «La vita senza vizi non è più lunga, sembra solo più lunga»? Non lo ricordo più. Comunque il mio caso è ancora differente: pochi vizi, vita breve.
Ma non divaghiamo. Si parlava dell’inizio di tutto questo. C’erano di mezzo Anselmo e una cabina elettrica.
Lui me lo aveva detto, di lasciar perdere, di non andare. Mi aveva fatto presente i pro e i contro, i rischi e le certezze, insomma: mi aveva fatto un quadro della situazione.
Io invece ho deciso di non ascoltarlo, e non perché non mi fidassi di lui, o non lo reputassi degno di considerazione, o serio o chissà che, no: non l’ho ascoltato per il semplice motivo che non gli ho MAI dato retta.
E quindi, anche quella volta ho fatto l’esatto contrario di quanto da lui suggerito, visto che sino ad allora si era sempre rivelata la decisione migliore.
Mi sono infilato in quella cabina elettrica spinto dal rame. Sì, certo, il rame. Io amavo il rame, lo amavo in tutte le sue forme; ora non ha più importanza.
Non è una questione di denaro: del rame mi piace la lucentezza, la consistenza, persino l’odore. E quindi volevo quel rame.
Non è affatto facile rubare il rame da una cabina elettrica. Le sbarre sono sotto tensione, e sbagliare è questione di un attimo. Ma io sono un tipo preciso, e ho sempre utilizzato guanti  e scarpe isolanti.
Anche quella volta non ho fatto eccezione: mi sono bardato sino all’ultima virgola e sono entrato.
Quella volta, però, c’era un calabrone.
Da dove fosse entrato non era chiaro, visto che la cabina, almeno in teoria, doveva essere assolutamente chiusa. Probabilmente da una griglia dell’aerazione. Ma alla fine è irrilevante.
Ho sempre avuto un odio incontrollabile nei confronti dei calabroni. In molti mi hanno detto che non sono aggressivi, che basta lasciarli tranquilli perché non ti facciano niente: tutte storie. Io ho paura e li odio. E basta.
Comunque, all’inizio mi sono sforzato di non farci caso. Mi sono concentrato sull’operazione, mentre Anselmo aspettava fuori, facendo da palo, come dicono nei gialli.
Intanto io, che anche grazie a una pastiglia di Lexotan ero riuscito a estraniarmi, andavo avanti. E devo dire che l’operazione, quella di concentrarmi su ciò che facevo, intendo, mi era riuscendo piuttosto bene, visto che non mi sono accorto che il calabrone si è posato zitto zitto sul quadro davanti a me e da lì si guardava intorno.
A un certo punto ho alzato lo sguardo e ho visto che mi fissava. Anzi, che lo crediate o no i nostri sguardi si sono incrociati.
Io ho capito immediatamente, e con certezza incontrovertibile, che mi stava sfidando. Sì, proprio così. E immediatamente ho deciso di fargliela pagare.
Ho interrotto il lavoro quando ormai una sbarra era allo scoperto: non sarei mai riuscito a proseguire sotto lo sguardo del calabrone. Ho tolto il guanto e utilizzandolo come una paletta scacciamosche l’ho fatto atterrare di piatto sull’infame, o almeno questa era la mia intenzione.
Purtroppo, però, si è levato in volo. Nel tentativo di correggere la traiettoria del guanto, sono finito proprio sulla sbarra, e addio. In pochi secondi ero già nell’Aldilà, ovvero nell’Aldiqua, ormai. Mi sono sentito come risucchiare dentro me stesso, con un contorcimento di pancia violentissimo, poi, subito dopo, mi son sentito leggero, leggerissimo. Forse è solo questo, la morte. Sentirsi leggeri. Ho fatto un tale odore di arrosto che ho visto Anselmo leccarsi i baffi macchinalmente.
E adesso, eccomi qui. Mi guardo Anselmo che dopo un periodo di rimorsi ha ripreso a saccheggiare le cabine elettriche in cerca del rame, come sta facendo proprio ora. Lo vedo benissimo, da questa posizione. Aspetto solo che si accorga di me, che apprezzi la mia nuova, vellutata, scostante forma di calabrone.

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