Consigli d’autore: Richard Yates

Se non lo avessero ucciso le complicazioni di un intervento chirurgico lo avrebbe ucciso il gin. Perché Richard Yates, uno dei maggiori scrittori americani del Novecento (cosa riconosciuta solo dopo la sua morte) come molti altri Grandi della letteratura americana finì male, personaggio drammatico che avrebbe potuto benissimo essere il protagonista di uno dei suoi romanzi.
Richard Yates nasce nel 1926 a Yonkers, nello Stato di New York, e vive a soli tre anni il divorzio dei genitori, che segnerà non solo la sua vita futura, ma soprattutto la sua produzione letteraria.
Esordisce nel 1961 con Revolutionary Road, che riscuote un enorme successo di critica e un minore successo di pubblico, tanto che veniva definito solo “uno scrittore per scrittori”, visto che i suoi maggiori fan erano proprio i colleghi.
Revolutionary Road racconta di una famiglia americana della classe media con i suoi turbamenti, le sue liti, le sue incomprensioni, e un rapporto burrascoso tra marito e moglie, quasi una “guerra quotidiana” nel tentativo di “spuntarla”, di averla vinta sulle scelte, piccole o grandi che siano.
Non ho letto Revolutionary Road, non ancora. Ma in compenso ho letto Easter Parade e Cold Spring Harbour, e in entrambi si narra di una vita dolorosa, vissuta faticosamente innanzitutto per il rapporto tra persone, più che per i problemi materiali. E in tutte le sue opere, è centrale il tema della famiglia. D’altronde, diceva lo stesso Yates, di che cos’altro avrebbe senso scrivere, se non della famiglia?
Ecco che allora il tema del divorzio ritorna sempre, con le ferite che lascia nell’anima e nel cuore, e i riflessi inevitabili che ha in coloro che sono più vittima del divorzio stesso, cioè i bambini.
Lo stile è quello asciutto e concreto di Carver, giusto per citare uno dei suoi innumerevoli “discepoli” stilistici, ovvero di coloro che costituirono quella corrente definita spesso “realismo sporco”, al quale appartiene oltre allo stesso Carver, Richard Ford, per esempio. Per loro, lo stile deve essere ricondotto alla massima sobrietà, precisione e stringatezza nell’uso delle parole per le descrizioni. L’uso dell’avverbio e l’aggettivazione si riducono al massimo, lasciando al contesto il compito di suggerire il significato profondo dell’opera.
Tra le altre opere, cito la raccolta di racconti Undici solitudini, del 1962, e Una buona scuola, del 1978.
Consiglio di leggere Yates. Provateci, per un semplice motivo, ben descritto dalle parole di Tennessee Williams relative a Revolutionary Road: “Se nella letteratura americana moderna occorra di più per creare un capolavoro, non saprei proprio dire che cosa sia”.

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