Nuraghe Beach di Flavio Soriga: proprio vero, la Sardegna come non l’avete mai vista

Se prendete “Nuraghe Beach”, scritto dal vulcanico e simpaticissimo Flavio Soriga lo scorso anno, e cercate di definirlo, bene: vi sfido a riuscirci. Lo dico sulla base di quanto accaduto a me.
L’ho finito e mi sono detto: voglio, anzi devo, scriverne, una cosa così non posso tenermela dentro, devo buttarla fuori, in qualche modo gridarla al mondo, per dire. Poi, davanti alla pagina bianca, e alla necessità di mettere le mie emozioni nero su bianco, beh, è  stata tutta un’altra storia. Perché provare a racchiudere “Nuraghe Beach” in uno schema, una casella, un sistema di definizioni, una determinazione di caratteristiche e di qualità, un’elencazione di pregi e di difetti, non è possibile, per quanto ci si possa sforzare: non ci sono scatole che riescano a contenere opere come questa, scatole che non lascino uscire qualche parte non compresa, esondante, sovrabbondante, che sporge, fuori sagoma.
Provo allora a dire che cosa non è. questo Nuraghe Beach scritto da Soriga ormai a 36 anni, un’età significativa (ma quale non lo è?) nel cammino della vita, come si dice.
Sicuramente non è la semplice narrazione di una storia: non c’è il dipanarsi di una trama come quando si svolge un gomitolo, non c’è una sequenza ordinata e logica di avvenimenti.
Poi, non è una guida turistica della Sardegna, a dispetto del sottotitolo, se per guida  intendiamo una elencazione  ragionata e descrittiva di ‘cose da vedere assolutamente’.
E infine, non è un saggio sull’essere Sardi oggi, o italiani, o cittadini del mondo, una di queste cose per volta e  tutte insieme, non è un pamphlet, non è un’esposizione accademica.
Però, a volerne definire i contorni, o almeno a provarci, vien fuori che è tutto questo insieme. E’ una storia,  banale per certi versi ma forte come ogni storia del nostro quotidiano, la storia dell’amore di Nicola, sardo emigrato (emigrato? che brutta parola!) a Roma, per Marta, un amore combattuto e non lineare come sono gli amori reali, che deve trovare un compromesso tra la doppia individualità di una relazione e l’essere coppia, tra l’individuo e l’insieme.  Partendo  dall’amore per una donna si parla anche dell’amore per la propria terra, un amore parimenti difficle, travagliato, pieno di contraddizioni, un amore di quelli che non ti tengono lontano troppo a lungo, ogni tanto ti fanno tornare, ma con la stessa forza dopo poco ti fanno nuovamente partire, riaffermando la tua individualità, il tuo ‘essere te stesso’, parte di un tutto ma ‘tutto’ a tua volta.
E l’amore per la propria terra viene descritto attraverso appunto una sorta di guida turistica ai ‘luoghi che non visiterete mai’, esempio geografico appunto di quelle difficoltà e contraddizioni che una storia d’amore si porta dietro, fatta di difetti da accettare, di conflitti da gestire, di compromessi da trovare e vivere.
La narrazione procede non solo un po’ qui e un po’ lì, un po’ ora e un po’ nel passato, ma anche il protagonista, in realtà, viene sdoppiato, moltiplicato a seconda del momento e anche dell’animo cpn il quale si sta narrando, con improvvisi cambi di velocità e di punto di vista.
Alla fine, quando sembra che il racconto sia incanalato, e si pensa di avere in mano la trama del tessuto, il disegno, la regola, tutto cambia. Ciò che si è letto è soltanto una premessa, e il romanzo, o almeno ciò che così viene chiamato dall’autore, è in realtà la coda, la sintesi di ciò che è stato scritto sino a quel punto, e in definitiva il concetto, l’essenza stessa di sardità: una sardità alternativa, nè Costa Smeralda nè pastori, una sardità di cose semplici come una stazione del treno o antiche come il lutto, una sardità come quel rap che parla d’amore come un rap di qualsiasi altra parte del mondo: insomma, una sardità assolutamente normale, non esotica, fatta di ordinarietà: in breve, fuori da ogni schema preconcetto.

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