Libri in arrivo: ‘Le 13 cose’ di Alessandro Turati – NEO.edizioni

Se siete abituati a letture convenzionali, ordinarie, o magari “di genere” il mio consiglio è di non procedere oltre, di tornare alle vostre letture tranquille. Ma se vi piacciono le storie originali, le forme stilistiche nuove, di rottura, se amate le sperimentazioni che tuttavia restano sulla strada sicura della vera letteratura, allora questo “Le 13 cose” fa per voi.
Partiamo dall’autore, Alessandro Turati. E’ giovane (è nato nel 1981 a Lecco), è laureato, e soprattutto scrive (e bene).
“Le 13 cose” è il suo primo romanzo, in uscita dai tipi della NEO.edizioni il 5 marzo. E 13 sono le cose da fare.
Le ha segnate Emilie su un foglio di carta; ma Emilie se n’è andata, portata via da un cancro. Alessio le è sopravvissuto; sono passati otto anni. Da allora,  Alessio lo tiene sempre in tasca. Ogni tanto lo apre e lo legge come fosse un rituale, un esercizio da fare per sopportare un’assenza.
Ambientato in un piccolo paese di provincia che pare evacuato, racconta le vicende di Alessio Valentino, che vive in un mondo grottesco, sopra le righe, dai colori in contrasto tra loro e violenti.
[Neo Edizioni è una casa editrice di Castel di Sangro, che si distingue per una linea editoriale originale e graffiante. Si definiscono: ‘Predisposti verso il laicismo dispotico, il cattolicesimo morboso e tutti i fautori del nichilismo ecumenico’, e dicono di ‘amare incondizionatamente chi è in grado di fare del disincanto contemporaneo un’arte dalle accezioni poetiche’. NEO.Edizioni] 
In anteprima, di seguito un “assaggio” di Le 13 cose.

[…]
    Dal momento che ho deciso di non capire più niente di niente, ho perso il lavoro. Sembra una coincidenza ma, a quanto pare, da fuori si vede, e la gente non apprezza certe prese di coscienza.
    Lavoravo in una falegnameria, gestione familiare. Tre fratelli: Renzo, Anselmo e Sandro. Dieci anni di onesta rottura di coglioni in mezzo alla segatura. Tutte le mattine, arrivavo sul posto di lavoro con cinque minuti di anticipo e sostavo davanti alle macchinette del caffè, appoggiandomi ad una di loro. Dopo un minuto, arrivavano Andrea, detto Endy, e Mohamed, detto Mario, che iniziavano a parlare di calcio o mignotte. Dopo cinque minuti, suonava la sirena e timbravo il cartellino. Per il resto, giornate da non raccontare; giornate che, arrivando alla sera, meglio non farsi domande e contarsi le dita.
    Sta di fatto che tre mesi fa il direttore di reparto, Renzo, mi ha chiesto qualche ora di straordinario. Ho detto: «No, chiedi a Mario». Lui ha detto: «Come?» E nel giro di due settimane è finito tutto con le mie dimissioni e l’assunzione di Abdul, detto Aldo. Non che me ne importasse granché. Del resto, ormai da molto tempo avevo snasato l’inculata: sarei stato al massimo il loro lustrascarpe di fiducia mentre loro tre in Thailandia pompavano, a turno, la stessa dodicenne.
    Con i soldi della liquidazione e quelli racimolati con la vendita della macchina vivrò tranquillo per qualche mese… certo, volando basso. Dopodiché, potrei ingoiare galline vive e cacare uova fresche diventando un fenomeno da baraccone per il circo o la televisione. Insomma, questa testa è una valanga di idee.

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