Letture: Nicola Lecca – Il corpo odiato

“Il proprio corpo può essere una gabbia più stretta e resistente di una d’acciaio”.

Il nostro corpo può diventare una gabbia. La nostra mente ne custodisce la chiave, la spranga, la blinda, la riduce a una prigione, a una detenzione senza speranza e senza appello. Perché noi, tutti noi, siamo innanzitutto un’anima, un cuore, pensieri, emozioni; e poi siamo un involucro, che le contiene, che è talvolta quasi un avatar scelto a caso che porta in giro il “noi stessi”, ovvero ciò che ci fa essere ciò che siamo.
Se questo disequilibrio tra come ci percepiamo dentro e come siamo invece fuori diventa troppo sbilanciato, troppo eccessivo, allora si può arrivare alla rottura.
E’ la storia di Gabriele, anoressico diciannovenne che fugge da tutti, dalla propria casa, dalle emozioni per nascondersi a Parigi, sparire nella solitudine che chiama la sua “camera iperbarica”, per la difficoltà, o meglio l’impossibilità, di affrontare la vita con un corpo che non riconosce come suo, che il mondo nega contrapponendogli modelli di perfezione assoluta.
La battaglia, allora, non viene condotta contro il mondo, responsabile di ostacolare la nostra serenità con i suoi miti di plastica, le sue consuetudini, le sue leggi scritte e non scritte: no. La battaglia viene condotta verso il proprio corpo, responsabile di non essere come vorremmo che fosse, come sarebbe bene che fosse. Un annientamento della propria speranza di felicità perché si vede la felicità come irraggiungibile, in un percorso contrario al buon senso, come cercare di scavare sempre più a fondo una galleria sperando di trovare luce dall’altra parte, invece che tornare indietro, correre verso il sole, l’aria fresca, la vita.
“Il corpo odiato” di Nicola Lecca è tutto questo, e molto di più. E’ la storia di un tormento interiore, in uno svolgersi di avvenimenti che mettono insieme una trama che è sottile filigrana, tratteggiata com’è nella trasparenza del testo. In un romanzo così ci sarebbero state almeno mille, diecimila possibilità di cadere nel banale e nell’ovvio, almeno una per ogni frase; invece, ogni volta Nicola Lecca sorprende riuscendo a essere originale, a dare una sterzata alla narrazione fornendo un nuovo punto di vista, una nuova riflessione, uno spunto originale. E tutto questo con un’articolata e complessa profondità degna di Pavese.
La fine accende una speranza, consente di cambiare prospettiva, di percorrere la galleria nel verso corretto, ovvero verso l’uscita. E anche qui, un finale che sarebbe potuto essere banale e scontato viene invece dimensionato e dipinto, e ancor prima pensato, con toni freschi, reali, concreti.
La forza di Nicola Lecca, il suo maggior pregio? Quello, così raro oggi ma alla fine così semplice, forse poco d’effetto e fuori moda, snobbato dai profeti del marketing-a-ogni-costo, del mipubblicodasolo, che invece è alla base della letteratura: Nicola Lecca sa scrivere, sa prendere i nostri cuori e, mediante il solo ausilio delle parole, smuoverli, spezzarli e ricomporli, sconvolgerli e lenirli.

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