Letture: Joyce Carol Oates – Una famiglia americana

Prendete una famiglia che vive in una piccola cittadina del Midwest, una famiglia come tante,composta da padre, madre e quattro figli. Prendete questa famiglia felice, che vive i suoi giorni riempiendoli di affetto, sentimenti, intessendoli di codici cifrati e di abitudini che è tacitamente  vietato mutare. Prendete un padre che lavora sodo e dal nulla mette su un’impresa di successo. Prendete una madre che da cameriera è diventata moglie, madre, animatrice della vita sociale della cittadina nella quale vive. E prendete tre ragazzi e una ragazza, cresciuti nell’inscindibiltà del focolare domestico inteso come famiglia, valori, regole, dettàmi, consuetudini. Ragazzi che studiano, eccellono ciascuno in un campo diverso: il maggiore è atleta di successo a scuola e ha addirittura l’occasione di diventare un giocatore professionista, il secondo rivela un’intelligenza fuori dal comune, la terza è la reginetta della scuola, ipercorteggiata, e l’ultimo.. beh, l’ultimo è il piccolo di casa, vezzeggiato come una mascotte.

In questo idillio fate irrompere un evento devastante come la violenza sessuale ai danni della figlia, subìto dal figlio di uno dei notabili della citttadina, uno di coloro che hanno accolto (ma solo all’apparenza) il capofamiglia  nella loro ristretta cerchia, e più per cortesia che per convinzione. Il grave episodio romperà l’equilibrio della famiglia, cancellerà in breve lo status faticosamente raggiunto, porterà alla luce le tensioni che strisciano e vivono sotto l’apparenza della famiglia perfetta, le contraddizioni e le falsità di un sistema di vita, di una società tanto apparentemente cordiale quanto implacabile nei confronti di chi rompe le regole non scritte, più forti delle leggi stesse.
L’episodio provocherà un terremoto. Il padre, Michael, cercherà di punire il colpevole, ottenendo solo di essere denunciato; e implicitamente farà carico alla figlia, Marianne, di essere responsabile del naufragio della loro vita innescato dall’episodio. Marianne fuggirà isolandosi e negando sè stessa, e privandosi della possibilità di amare. Gli altri figli, compreso il più piccolo, Judd, troveranno la loro strada lontano da casa, negando l’idea stessa di famiglia. E solo quando Michael, il capofamiglia ormai rovinato e disperato, scomparirà, sarà possibile ritrovare una parvenza di unità familiare.
Tirando le somme, viene fuori una madre quasi patetica, ostinata com’è nel cercare di fingere che tutto continui a scorrere uguale, un padre odioso nel suo egoismo, e dei figli che fanno una tenerezza enorme, stretti come sono tra un padre che non riconoscono più e che li rifiuta e una società che non li accetta.
Protagonista del romanzo, in definitiva, è la società borghese americana (ma non solo americana), e le regole che il nostro modello di vita ci impone, così assurde e innaturali e violente, spesso, da portare all’annientamento dell’individuo, qualora le violi o non vi si inserisca.
“Una famiglia americana” può a tutti gli effetti considerarsi un classico; e Joyce Carol Oates merita la fama di uno dei più importanti scrittori americani contemporanei (ho usato il maschile non a caso). Un’opera che lascia dentro molti dubbi, e molte domande, e che sa dare un’emozione intensa.

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