Pagare per essere pubblicati: lo stesso fascino del sesso a pagamento

E’ stato recentemente pubblicato un elenco di editori a pagamento o cosiddetti del “doppio binario”, ovvero che pubblicano ciò che considerano decente e stampano a pagamento il resto.
Quando si parla di editoria a pagamento, la discussione si fa inevitabilmente accesa. Da una parte coloro che “pagano” per essere pubblicati, e non trovandoci niente di umiliante difendono la cosa come battaglia personale e legittima nei confronti della editoria “ufficiale”, che uccide la cultura che loro (ovvero coloro che pubblicano a pagamento) incarnano e esprimono, per dare fiato e voce solo a calciatori e veline. Di contro, la fazione opposta sostiene che pubblicare a pagamento sia appunto umiliante, quasi patetico, non dia valore alla pubblicazione e, in definitiva, svilisca la letteratura, sempre che di letteratura si tratti.
Voglio far capire subito da che parte sto: sono d’accordo con i secondi. E quando parlo di questo argomento, faccio sempre un esempio per far capire il perché della mia posizione, ovvero l’esempio della laurea.
Se non riesco a laurearmi in nessun modo, posso fare tre cose: lasciar perdere, oppure darci sotto sinché sono sicuro di aver fatto tutto il possibile e anche di più, oppure, infine, se ho i quattrini “comprarmi” la laurea in qualche università a pagamento.
Ecco, ribaltiamo il discorso all’editoria. I grandi o medi editori fanno parte di una specie di mafia, sono tutti baroni che affossano la cultura in nome del bieco commercio, e di letteratura non capiscono (quasi) niente? Allora pago e gliela faccio vedere io!
Poi, si ha voglia di dire che Camilleri, o Svevo, o mi sembra Kafka hanno cominciato pagando per essere pubblicati: è un modo per alimentare false speranze di chi non legge nemmeno un rigo scritto da altri e poi si lancia in romanzi che non valgono la carta nella quale sono stampati.
Troppo duro? forse. Però è un argomento che mi sta molto a cuore, questo dell’editoria a pagamento, perché ho troppo rispetto per la letteratura e mi fa male il cuore vedere persone che non conoscono la punteggiatura atteggiarsi a scrittori, e poi perché a mio avviso l’editoria a pagamento è in buona parte responsabile, attraverso il proliferare di autori di qualità infima, di un’invasione di opere negli scaffali che poi rende veramente difficile emergere a chi invece ha talento, facendo credere a chiunque che si possa diventare uno scrittore semplicemente stampando 150 pagine, e in definitiva rendendo ancora più difficile il rapporto con le case editrici “normali”.
La situazione è resa ancora più difficile dalla poca trasparenza di questi pseudo-editori, che nemmeno dichiarano, spesso, che per pubblicare con loro bisogna pagare. La trasparenza invece sarebbe il minimo, visto che tanto chi intende pagare per vedere il proprio nome su un mazzo di fogli stampati pagherebe ugualmente e anche convinto di “metterla in..” alla grande editoria; chi invece non ha intenzione di pagare, non perderebbe tempo e non ne farebbe perdere allo stampatore.

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3 thoughts on “Pagare per essere pubblicati: lo stesso fascino del sesso a pagamento

  1. Io la penso esattamente come te: il gusto di essere pubblicati, se uno ama la letteratura, è quello di essere considerati validi e vendibili.. se invece si paga, tutto perde di senso
    ciao
    Antonio

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  2. Non sono d'accordo, l'articolo è troppo duro e parziale!! Se non ci fosse l'editoria a pagamento, sarebbe impossibile pubblicare se non si è dei soliti noti!
    E poi, se uno crede nella sua opera non ha problemi a investire qualcosa

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  3. @Antonio
    Infatti. Non possiamo ansconderci che essere anche solo considerati nel mondo del'editoria è impresa quasi impossibile, però la edizione a pagamento apre il fronte a troppa robaccia, perché lì non si pubblica se l'opera è interessante e/o vendibile, ma se hai i soldi.
    @Anonimo
    Perché bisogna per forza pubblicare? E poi, va bene credere in ciò che si è scritto, ma questo è già sospetto: chi scrive con competenza, serietà e passione, secondo me è la persona più critica nei confronti di sé stesso, e quindi (se è serio, competente, appassionato di letteratura) sarà il primo a voler essere pubblicato solo se viene riconosciuta la bontà della sua opera e non quella dei suoi soldi

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